La caccia nel Paleolitico e nel Mesolitico di
Enrico Pantalone
La nostra bella
Europa nel periodo compreso tra il 10000 aC ed il 5000 aC andò definendo la sua
struttura geofisica e grazie all'innalzamento della temperatura ed allo
scioglimento dei ghiacci ebbe inizio specialmente al nord un rinvigorimento
della vegetazione che portò con sé oltre agli specchi lacustri interni (basti
pensare al Baltico) enormi foreste che a loro volta diedero la vita a numerose
specie animali.
Così il nostro
baldo cacciatore di quel tempo aveva a disposizione delle notevoli risorse per
adempiere al suo primario bisogno, cioè fornire cibo alla famiglia ed alla sua
gente.
Mi sembra
interessante valutare come egli riuscisse a cacciare e quali armi o utensili
aveva a disposizione per tale impegno, studiare la vita quotidiana degli uomini
aiuta certamente a comprendere lo sviluppo sociale ed antropologico: la caccia
era senz’altro l’elemento più importante a quei tempi, perché cacciando ci si
procurava il cibo per la tribù e nel contempo s’eliminavano i pericoli animali
insidiosi che evidentemente dovevano angustiare parecchio e tenevano sempre in
apprensione.
La zona dove
maggiormente (peraltro da me visitata personalmente anni fa) si ritrova tutto
ciò che serviva al nostro amico cacciatore è sicuramente la Danimarca, ma anche
l'Olanda, in altre parole quella fascia pianeggiante costiera del nord Europa
meno fredda grazie alle correnti atlantiche ed ai venti che la percorrono
quotidianamente, clima ideale per la crescita d’immense foreste e di fauna
cacciabile molto interessanti per l’uomo.
Holmengaard è
sicuramente il sito archeologico più interessante per questo tipo di ricerca,
qui sono state ritrovati sia archi sia frecce, punte o antesignani stiletti, insomma
armi da utilizzo pratico, tutti pressoché databili intorno al 6500/6000 aC..
Gli archi sono
costruiti con legno pregiato, d'olmo (particolare importante, segno di una
foresta imponente e lussureggiante) e sono lunghe intorno al metro e mezzo mediamente
mentre le frecce dovevano probabilmente misurare intorno ai 90 cm, considerando
che le punte ritrovate sono lunghe all'incirca 30 cm e sono costruite con legno
di pino, quindi una conifera, abbondante nei luoghi, un albero a crescita
lenta, ma nel contempo anche estremamente
resistente e dura all’occorrenza.
Ovviamente il
nostro amico poteva cacciare con queste armi solamente animali di taglia
adatta, cervi, alci, cinghiali, caprioli o via dicendo, non poteva certo
permettersi il lusso di farlo con fiere o orsi di grande stazza, con questo ci
volevano armi migliori e punte molto più lunghe per trafiggere il pericoloso
animale, anche primordiali lance dalla lunghezza inusitata.
Il nostro amico
cacciatore poteva anche risalire i corsi d’acqua con delle apposite piroghe scavate
internamente ad un albero, il quale doveva normalmente misurare intorno ai tre
metri e largo nell’abitacolo circa 45 cm.: la lunghezza permetteva così di
depositare arco e frecce facilmente al proprio interno, accanto al vogatore.
La piroga era anch’essa
di pino stagionato (almeno lo sono quelle ritrovate a Drenthe in Olanda) e lo
spazio per posizionare il cacciatore veniva ottenuto bruciando e raschiando con
puntali l’interno, il che doveva essere una pratica decisamente un lavoro
estenuante e pesante, il legno stagionato non era certo della stessa
consistenza del legno fresco, ma offriva maggiori garanzie d’impermeabilità
sull’acqua: non dobbiamo comunque pensare a grandi attraversate su imponenti
fiumi, si seguivano i corsi d’acqua che garantivano una vicinanza alla terra in
caso di necessità, probabilmente dei ruscelli o dei piccoli torrenti.
Naturalmente
parliamo sempre del periodo 6500/6000 aC., perché subito dopo apparvero delle
imbarcazioni decisamente più grandi con consentivano il trasporto celere del
cacciato, particolare importante vista la deperibilità della carne.
Le pagaie di queste
imbarcazioni misuravano tra i trenta ed i quaranta cm. e consentivano di dar
scivolare agevolmente la piroga sull’acqua, in molte piroghe sono stati
ritrovate anche delle mazze di legno di una lunghezza variabile anch’esse tra i
trenta e i quaranta cm., a cosa servissero si capisce bene, nella lotta con un
animale di proporzioni notevoli aiutava e molto…
Dobbiamo pensare
anche alle grandi foreste che s’estendevano più a sud della zona baltica e che
anch’esse abbiano vissuto normalmente la stessa tipologia di crescita (parliamo
delle zone germaniche e danubiane) anche se i ritrovamenti risultano essere
obiettivamente molto più rari o forse solamente peggio conservati.
Tra l’altro la
differenza delle punte e delle frecce ritrovate è decisamente importante per
tipologia visto che in tutta la zona compresa tra la Danimarca e la Russia baltica
abbiamo una dimensione maggiore (più lunghe e più grandi) rispetto a quelle
ritrovate per esempio nelle zone subalpine e danubiane: un significato possiamo
pensare sia quello relativo alla cacciagione ed al suo grado di difficoltà
vista la maestosità di certi animali artici che richiedevano senz’altro un
diverso approccio e metodo.
Il sistema di
caccia di fatto era un atto quasi surreale, impregnato di grande spiritualità
perché il cacciatore doveva basarsi sul suo intuito e sul suo fiuto non avendo
a disposizioni strumenti per prevenire l’eventuale attacco dell’animale, non a
caso le grandi battute di caccia ed i grandi cacciatori erano immortalati sulle
mura delle grotte dagli artisti dell’epoca e le scene comprendevano un gran
numero di frecce e punte, evidentemente
gli elementi più importanti , probabilmente preziosi e che formavano una sorta
di tesoro personale da esibire e da valorizzare presso gli altri.
Indubbiamente il
nord Europa è una specie di Paradiso per l’archeologo, in quanto i riquadri
rupestri sono stati ritrovati ovunque mentre nella zona mediterranea scarseggiano
ancora oggi: anche qui possiamo pensare che il clima più rigido abbia
sicuramente partecipato a conservare al meglio i resti così semplici, ma anche
così affascinanti per noi contemporanei, del resto la storia è un’avventura
affascinante.