La distruzione di Milano e le sue conseguenze politiche   di Enrico Pantalone

 

 

Le ostilità cominciarono con scontri tra città lombarde che aderivano ad una o ad un’altra fazione mentre l’esercito imperiale stazionava nella pianura lombarda ed intrecciava di tanto in tanto degli scontri, o sarebbe meglio dire delle scaramucce, con le avanguardie degli eserciti cittadini opposti all’imperatore .

Verso il 1162, l’assedio alla città di Milano divenne sempre più stretto, e Federico pose il suo accampamento tra Porta Ticinese e Porta Orientale.

Passando i mesi e rimanendo vieppiù senza vettovagliamenti anche a causa della gente che era giunta in città dal contado vicino in gran numero, le autorità milanesi alla fine del febbraio 1162 iniziarono a trattare per la resa, trovando però Federico inamovibile sulle sue richieste e condizioni, mentre non tutti i milanesi erano convinti nel volersi arrendere e qualcuno ancora pensava di poter suonare la carica.

Ma, alla fine dovettero decidersi ad accettare la resa della città senza alcuna condizione: essa doveva essere totale ed inequivocabile a Federico Imperatore di Germania e del Sacro Romano Impero.

Esiste un documento, diciamo così ufficiale, delle ‘avvenimento ed è fatto risalire a Vincenzo, canonico di Praga e riportato da Pietro Verri (*) che così ci narra:

“I milanesi però non potendo resistere a lungo ad un impero così grande, stanche delle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia quanto della Teutonica, cercano il modo di trovare grazia presso l’Imperatore, a essi così si risponde dai principi:_ che in alcuna guisa non potranno ottenere la grazia del signor Imperatore, se dapprima non abbiano nelle mani dello stesso signor Imperatore consegnata Milano. E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e sedendo l’Imperatore sul suo tribunale co’ suoi principi, portando innanzi a  esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi, co’ piedi nudi si prostreranno a terra. Per comando dell’imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi: e tra essi Aluchero di Vimercate cos’ì incomincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocché contra l’Imperatore de’ Romani, signore nostro, movemmo le mani; riconosciamo il nostro fallo, chiademo perdono, il colo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra antica, alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e supplichevole preghiera chiediamo che abiate pietà di città così grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amor di Dio, si Sant’Ambrogio e di que’ santi che dentro vi riposano;  e che l’imperiale pietà si degni di accordare pace ai suddetti soggiogati. L’imperatore udite avendo queste preghiere le chiavi delle porte dei milanesi riceve, e così a essi risponde: che siccome noto si rendette per le quattro parti del mondo, nota debb’essere la loro pena.

Per le quattro parti intorno a Milano, all’oriente, all’occidente, all’aquilone e all’austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo denaro, la città di Milano si renda in potere dell’Imperatore.

Questo udendo i milanesi, si arrendono al volere suo, e benché a malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicili stabiliscono nelle quattro parti predette, all’oriente, all’occidente, all’aquilone e all’austro; Milano cedono al potere del Signor Imperatore.

L’imperatore riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi,e degli altri Lombardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio di quello che fare si debba di così grande città.

Al che si risponde dai Pavesi, dai cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre città: il calice gustino pur essi, che diedero a bere alla altre città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali, si distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo l’Imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano questa sentenza, uscì fuori alla campagna.

Primieramente il signor Teobaldo, fratello del signor Re Ladislao, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi e altri delle città, più presto di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte di Milano, mentre l’Imperatore co’ suoi eserciti ne rimane spettatore.

Così Milano, città antica, città imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta.

L’imperatore poi rovinata essendo Milano, in tutta l’Italia esercitava l’imperiale potere, perciocché tutta la di lui cospetto l’Italia tremava, e avendo egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato di Puglia”.

Ovviamente, dobbiamo a nostra volta prescindere da tutti questi molteplici aspetti molto coreografici, ci si passi questo termine, per superare anche con malcelata disinvoltura l’aspetto umano del terribile evento, perché pur essendo due fatti senza dubbio gravissimi per la città di Milano, ancor lo fu di più se giungiamo al punto di vista giuridico.

La moltitudine dei milanesi, che abitava la città, perdette ogni diritto di cittadinanza e fu dispersa al di fuori delle porte che cingevano d’intorno Milano.

Oltre a ciò, Federico tassò pesantemente e alla cieca tutti quelli che a lui s’erano opposti, mediante i soliti solerti funzionari. Basterebbe leggere un volume sugli obblighi dei milanesi nei confronti dell’Imperatore, per capire come realmente si dovessero sentire i cittadini di quella che era la più grande e prosperosa comunità dell’Italia settentrionale.

Tale volume porta q questo proposito un titolo molto chiaro e disarmante: Liber Tristium Sive Doloris.

Data, infatti, il maggio 1162 l’ordine del vicario di Federico I, Enrico, vescovo di Liegi che intimava ai milanesi di disperdersi nei borghi circostanti Milano e servire in lavori rustici. Ciò, come abbiamo detto, portava con sé la perdita della cittadinanza, il che equivaleva in quei tempi alla perdita dello statuto di libero per assumere, se non proprio quello di servo della gleba, lo statuto d’uomo sotto continuo controllo imperiale, in tutti i suoi spostamenti.

I milanesi, a seconda delle loro contrade e porte, furono assegnati chi a Triulzio, chi a Vigentino, chi a San Siro, chi a Lambrate, e così via.

La scelta di queste cittadelle, che non erano in realtà così vicine, come si può pensare oggi, dato che le distanze si misuravano allora in ore di cammino, fu sicuramente fatta a mò di monito per dimostrare che le macerie di Milano erano ancora lì, ben in vista , fumanti,  e che mai nessuno avrebbe dovuto tentare d’opporsi all’Imperatore.

Nell’agosto successivo il vescovo di Liegi, Enrico, se ne andò dall’Italia investendo al suo posto Pietro di Cunin che si dimostrò ancora peggiore di lui.

Egli, infatti, vedeva i milanesi come ricca fonte di guadagno e inventò ogni sorta di cavillo giuridico e balzelli pur di poter tassare senza pietà.

Pretese tributi sugli agnelli, aumentò ogni credito da incassare d’una quota parte per la sua persona come “Intermediario Imperiale”, obbligò i milanesi a immani lavori come nel caso della costituzione del nuovo Palazzo Imperiale a Monza, eseguito dai cittadini di Milano con le stesse pietre della loro città distrutta.

Tutto ciò non impediva, però, ai milanesi di considerarsi ancora e forse più di prima “Cittadini di Milano”.

Così abbiamo, ad esempio, un giudice di Milano che svolge le sue mansioni a Genova, temporaneamente; come il vescovo di Milano, anche lui di stanza nella città ligure.

A proposito del giudice di Milano che rispondeva al nome di Ottone, bisogna ricordare che egli escluse, durante tutto il suo mandato nelle terre in cui era esiliato, di partecipare a cause contro il Comune della città di Milano.

Insomma Milano era distrutta, ma non morta e non poteva sicuramente morire dentro l’anima ed il cuore dei suoi cittadini, pur sperduti nelle terre lombarde.

A questo punto bisognerebbe fare una breve panoramica su quelle che erano a quel tempo le reazioni a queste imposizioni imperiali.

Molti cittadini, anche milanesi credevano ancora che Federico fosse ignaro delle crudeltà e delle angherie cui i suoi collaboratori sottoponevano la gente di continuo (e questo è un pensiero fisso nel periodo medievale, quando si tendeva a definire sempre in buonafede chi imperava).

Addirittura c’era chi, come il poeta Goffredo Viterbo che decantava le lodi del Barbarossa in questa maniera:”Cresce dovunque la pace stabilita dal Re”, dando esempio reale che il monarca era sicuramente ancora considerato l’unico tutore effettivo della legge e della rispettabilità dell’Impero.

Ma, c’era anche chi, come il comune di Como da sempre fedele all’impero, ora non più così saldo nel suo ideale, avendo constatato come fosse realmente un vicario di Federico e quali compiti in effetti avesse nei confronti delle città italiane.

Tale vicario, infatti insediò il suo quartier generale nel castello di Baradello, che sovrastava la cittadina lariana e dava sempre più l’impressione di sorvegliarla, cosa che ovviamente non andava affatto bene ai fedeli cittadini comaschi.

Nel contempo, i Milanesi fecero avere, non si sa con quali mezzi, le loro rimostranze al vescovo di Liegi nei confronti del vicariato di Pietro di Cunin che sortirono l’effetto contrario a quello desiderato: infatti, Enrico di Liegi, spedì un suo parente vescovo, facendo capire che le cose non dovevano essere più cambiate. La cosa importante a mio giudizio è che per la prima volta, dopo la resa e la distruzione di Milano, i cittadini della stessa s’erano riuniti ed avevano stilato un documento ufficiale, il primo evidentemente dopo la loro esclusione come detentori di diritti.

E’ questa indubbiamente una questione importante perché, anche se, in effetti, la protesta non fu ascoltata, o meglio fu ascoltata, ma tramutata in un altro atto unilaterale da parte imperiale, il popolo milanese era di fatto reintegrato nei suoi diritti ed era stato trattato come tutti gli altri popoli componenti l’impero.

Il grosso vantaggio di Milano fu proprio questo, nella via della sua piena ricostruzione.

Arriviamo così al 1163, quando Federico dovette tornar in Italia per i problemi suscitati dalla lotta tra il Papa eletto con il suo appoggio, Vittore IV e il pontefice Alessandro III, riconosciuto oramai anche dal re di Francia e da quello d’Inghilterra.

Fu così che, nel passaggio nei pressi di Milano, i cittadini della stessa si gettarono ai suoi piedi per chiedere misericordia: dovettero pagare però, anche in questo caso, gravose tasse.

Si trattò d’un vero e proprio ricatto: difatti, i tributi ammontavano alla considerevole quota di ottocento libbre imperiali…alla faccia del santo perdono misericordioso !

In realtà, anche in questo caso, si può percepire che i milanesi dovevano avere in parte ritrovato le loro caratteristiche mercantili, perché per potere sborsare tale somma, senza una città che produceva alle spalle,  occorreva sicuramente un gran senso degli affari, cosa che anche in esilio non mancava mai agli abitanti di Milano.

Milano ora, e siamo agli inizi del 1164, poteva ripartire da zero avendo ottenuto l’indulto imperiale

 

(*) da MONUMENTA HISTORICA BOEMIAE (Praga, Joannis Joseph Clauser, 1764), Tomo I, ctr. Vincenzo, Canonico di Praga,  pagg. 71 e seguenti, trad. Pietro Verri  (Storia di Milano)

 

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