La Guerra Settecentesca: un
grande gioco di Enrico Pantalone
Rileggiamo
ciò che scrisse sulla guerra Von Clausewitz
nel suo celebre trattato:
“La guerra non è altro che un duello
ingrandito”.
Se
concentriamo in un’unità la serie di duelli singoli di cui essa è composta,
dobbiamo immaginarci una coppia di lottatori dove l’uno cerca
d’imporre all’altro la sua volontà.
Lo
scopo pratico della guerra è abbattere l’avversario per renderlo incapace
d’opporre qualsiasi altra resistenza”, come dobbiamo immaginarci le prove di
forza militari settecentesche antecedenti alla venuta di Napoleone ?
Guardiamo gli scenari della Guerra dei Sette Anni, essa è
combattuta mentre nelle stesse cittadine teatro degli eventi si vive nella più
assoluta normalità, la vita quotidiana prosegue senza interruzione, la gente
comune quasi non è toccata, gli scontri avvengono in spianate quasi vi fosse un
accordo preventivo tra le parti, non siamo al “prego, attaccate prima Voi, noi
non ci permetteremo mai”, ma poco ci manca, sembra tutto muoversi con ordine
prestabilito, come dettato da una intelligenza superiore alla ragionevole
voglia di conquista che difatti è ridotta ai minimi termini e sempre per via
diplomatica.
E’ l’effetto del “balance of
power” sul territorio europeo che caratterizzerà soprattutto il secolo
successivo, l’effetto voluto dall’Inghilterra che s’avvia a dominare
incontrastata (salvo la parentesi napoleonica) il continente senza detenerne
nemmeno un piccolo lembo di territorio, a parte la Rocca di Gibilterra. il che permette di controllare comunque tutto l'accesso al
Mediterraneo, mantenendo solamente una piccola guarnigine.
Così la guerra settecentesca, aristocratica nei modi,
diventa un grande gioco, in cui prevale chi ragiona di
più e combatte sprecando meno risorse umane e materiali possibili.
In realtà la guerra settecentesca quasi mai portò a
risultati definitivi e certi, questa fu una delle sue
principale caratteristiche, era una guerrra
che potremmo definire come "rimpasto di popoli", cioè i territori passavano
continuamente di mano nel giro di poco tempo, era la ricerca continua d'una
possibile "indipendenza attiva" d'ogni stato partecipante pur piccolo
che fosse (il caso del Piemonte in Italia) ciò portava con sè
indubbiamente un disfacimento sociale non di poco conto.
Nelle guerre quindi sono tante le sovranità che si
confrontano, spesso per diritti di successione, non per conquista o per spirito
d'espansione, Montesqueieu parla
apertamente di "concurrence des
ambitions" a questo proposito delle limitazioni
che questo tipo di logica militare porta con sè.
La guerra quindi sembra esaurirsi per consunzione, non perchè prevalga una nazione sull'altra, quando sembra che
ciò possa succedere una potenza della coalizione in
vantaggio inizia a trattare una pace per bilanciare lo strapotere temporaneo
dell'alleato sul nemico: si tratta quindi di guerre d'equilibrio non di
potenza.
Con
il Trattato di Utrecht del 1713 ci furono delle novità
nel diritto pubblico europeo, perché fu stabilito solennemente che le relazioni
internazionali dovevano essere considerate d’interesse comune generale e
pertanto dovesse esistere un sistema d’equilibrio che ne garantisse la
sopravvivenza attraverso il tempo.
Così seguirono ben 25 anni di pace, un record per i tempi
e molte grandi nazioni come la Svezia per esempio restituirono numerosi
territori sul continente a Prussia e Russia, la
stabilità e l’equilibrio davano i loro frutti, costringendo nel contempo i
turchi ad andarsene per sempre dal territorio europeo.
Le guerre di Successione Austriaca del 1740 e quella
successiva dei Sette Anni fino al 1763 servirono a migliorare ancora questo equilibrio europeo, a fianco di Maria
Teresa d’Austria scese l’Inghilterra per impedire che Prussia
e Francia ne approfittassero troppo, ma la stessa fu prontissma
a passare dalla parte di Federico II contro Austria, Russia e Francia nella
Guerra dei Sette Anni successiva: essa divenne così l’ago della bilancia con
cui si muovevano i pezzi sulla scacchiera rappresenata
dall’Europa, mentre tamburi e pifferi lanciavano le truppe sui campi di
battaglia in assetto più che aristocratico…
Non
a caso il decadimento vertiginoso spagnolo iniziò proprio da questo periodo, la
nazione iberica si trovò infatti del tutto impreparata
a sviluppare il nuovo sistema europeo basato sulle manovre della diplomazia
continuando a mostrare un aspetto militare aggressivo anche di fronte
all’impossibilità d’agire con alleati dopo Utrecht, così Filippo V e la moglie
Elisabetta Farnese portarono all’isolamento la Spagna
prima ed alla sconfitta irrimediabile poi.
Il “balance of power” voluto
dagli inglesi aveva avuto immediato successo mietendo così la prima vittima
illustre tra le grandi potenze: appariva chiaro dopo l’Aja
che non si sarebbe più tornati indietro nel tempo, l’allargamento delle
ostilità per soli scopi territoriali e per una vecchia ideologia legata alle
casate non sarebbe stato più tollerato, la guerra doveva rimanere circoscritta
e dettata da un certo comportamento, le nazioni, gli stati, prendevano il
sopravvento quindi definitivamente frustrando ogni velleità non legata alla
sicurezza degli equilibri.
In qualche modo venivano
ricercate di continuo delle soluzioni “politiche” anche durante gli scontri
armati ed una di queste riguardava il nostro paese, o meglio il nostro
territorio italico, a cui tutti volevano far da padre per una supposta
indipendenza quando si trattava di far lavorare le diplomazie, ma che alla fine
veniva lasciato come problema irrisolto da analizzare in una successiva
sessione….