La rinascita di Milano e la Lega Lombarda     di Enrico Pantalone

 

 

 

Dopo la distruzione di Milano, nella pianura padana orientale, si svilupparono fatti nuovi ed imprevisti: le cittadine intorno a Verona e Treviso appoggiate da Venezia e dall’Impero Romano d’Oriente, s’allearono e scacciarono i vicari imperiali, dando così modo al Barbarossa di marciare nuovamente verso di esse.

Egli, però, vedendo le armate delle città ribelli pronte alla battaglia, preferì evitare l’ostacolo rifugiandosi nella fedele Pavia.

Cosa pensare ora dell’Imperatore che fugge di fronte sì ad un esercito, ben armato e pronto a far valere le sue legittime ragioni, ma che sicuramente non avrebbe retto alla sua milizia di provata esperienza ?

Forse Federico non si sentiva più tanto sicuro di sé, come lo era stato prima di questo nuovo fatto, ma ora dava modo a tutte le città a lui contrarie di comprendere che, in buona sostanza, il diavolo non era poi così imbattibile come poteva sembrare e forse nemmeno tutte le sue intenzioni nei confronti delle leggi erano poi così universali come volevano fare intendere i suoi grandi dottori in legge.

Il primo segno che la situazione era mutata s’ebbe con la creazione di una Lega Veneta nel 1164 tra Verona, Treviso, Padova, Vicenza e la stessa Venezia.

Gli italiani iniziavano a rendersi conto che l’avvilimento di Milano, che più duramente aveva pagato il destino imposto agli sconfitti, non era quello di un solo comune, ma di tutte le città e cittadine che nell’Italia settentrionale avevano rapporti frequenti sia con l’Imperatore sia con la stessa Milano.

A dar aggio a questa convinzione furono certamente, come abbiamo potuto osservare, i viari imperiali che non finivano mai d’essere prepotenti ed arroganti nel tassare senza il minimo criterio (si pensi ad Enrico di Dixe che, nel luglio 1165, richiede come tributo straordinario ben millecinquecento lire imperiali da pagarsi entro otto giorni) logico per un’istituzione derivante da Roma.

Incominciò un lento, ma inesorabile riavvicinamento tra le città che fino a pochi anni prima erano state ostili tra loro; le beghe e le rivalità esistenti ancora venivano lenite con grandi atti d’amicizia spesso solenni tra città e città.

Ciò rappresentava la rinascita cittadina e lo scarso interesse per le guerre tra i comuni spingeva questi ultimi alla più che urgente necessità di sottrarsi ad una pressione giuridica e fiscale imperiale che continuava ad aumentare giorno dopo giorno e che impediva sicuramente ogni minimo libero sviluppo.

ll primo passo in questo senso doveva essere certamente la ricostruzione di Milano che avrebbe significato anche il ricostituirsi di un centro, data la sua collocazione nella pianura padana, altamente utile sia come punto di riferimento nella lotta contro Federico, sia come caposaldo politico-militare da contrapporre a Pavia, oramai l’unica delle grandi città lombarde a rimanere fedele all’Imperatore.

Bergamo, Brescia, Cremona s’adoperarono moltissimo per aiutare i milanesi a ricostruire la loro città e fornirono tutto il necessario affinché la definitiva sistemazione non andasse per le lunghe.

Nel 1166 Federico ritornò in Italia attraversando la Val Canonica ed usò tutta la sua forza per sedare ribellioni in loco e nel vicino contado bergamasco, l’anno successivo, dopo aver assediato Ancona, s’insediò a Roma, dove giunse nell’agosto del 1167.

Un duro colpo per lui s’apprestava a venire da quel viaggio: la morte colpì, uno dopo l’altro, i vescovi di Liegi, Spira, Ratisbona, il Duca Guelfo ed il Cancelliere Rainaldo di Dassel.

La perdita di quest’ultima figura fu quella che più dovette dispiacere a Federico, in quanto Rainaldo di Dassel era stato colui che più aveva scatenato l’idea dell’Impero Universale nella mente dell’Imperatore.

Significò anche la perdita di un grande uomo di stato che sempre s’era adoperato per facilitare ed esaltare le imprese del suo re.

L’irreparabile perdita del suo amico e consigliere convinse Federico ad intraprendere la via del ritorno: si fermò nella sua amata Pavia, stanchissimo ed amareggiato nel mese di settembre dell’anno stesso.

Fu allora che le città italiane del settentrione, ed in special modo i comuni lombardi capirono che il grande Imperatore non era imbattibile, considerarono le morti dei suoi più diretti collaboratori come un segno divino, un segno premonitore che le cose stavano per cambiare, ed incominciarono a diventare irrequieti.

Data, infatti, il marzo 1167 la prima alleanza, con tanto di atti e giuramento, di quella che possiamo iniziare a chiamare con il nome di Lega Lombarda tra le città di Cremona, Mantova, Bergamo, Brescia e Milano che faceva, così il suo rientro ufficiale nel novero dei Comuni importanti.

Questo trattato stipulato risultò altresì curioso, perché inneggia sempre alla fedeltà verso l’Imperatore, riconosciuto come unico ente supremo dell’Impero, aggiungendo che le città stesse erano pronte a riconoscere quei diritti esercitati dall’Imperatore in carica prima che Federico salisse al trono.

In sostanza, si trattava di ben pochi privilegi spettanti alla corona: tutti i privilegi, conquistati con la forza o l’astuzia dal Barbarossa, sarebbero automaticamente decaduti: un bel modo, sicuramente, d’inneggiare alla fedeltà imperiale !

Era chiaro che questi comuni si preparavano in tempi lunghi ad una nuova guerra contro Federico, da attuare quando le loro forze sarebbero state maggiori di quelle di cui disponevano al momento.

A questo punto, molti si potrebbero chiedere se tale trattato non fosse quello famoso trasmessoci dal Berchet con la sua poesia a ricordo del giuramento di Pontida, un’abbazia vicino a Bergamo.

Nulla appare più falso il giorno d’oggi.

In realtà, di una riunione tenuta nell’abbazia ci parla nella sua storia di Milano uno storico rispondente al nome di Corio, nel 1503, ma si può ragionevolmente pensare che ci fu sì un incontro, non certo nei limiti e nell’enfasi trasmessaci appunto dal Berchet, evidente segno d’una visione di stile ottocentesco-romantico-risorgimentale.

E’ vero invece che proprio a seguito o in preparazione del trattato di cui abbiamo esposto sopra le principali caratteristiche, milanesi e bergamaschi presumibilmente s’incontrarono più d’una volta a Pontida, per mettere a punto i dettagli derivanti dal trattato e per, organizzare soprattutto l’oramai imminente rientro all’interno delle nuove Mura cittadine, in parte già ricostruite, dei suoi legittimi cittadini (e nulla lo vietava, essendo l’abbazia protetta da vincoli ecclesiastici che incutevano il dovuto rispetto).

Enrico di Dixe comprese al volo che la situazione si stava facendo vieppiù pesante ogni giorno che passava e come vicario imperiale chiese ai milanesi trecento ostaggi tra le persone disperse nei borghi: inoltre, arrivò a minacciare tutte le città che avessero dato seppur un minimo aiuto a Milano, di ricorrere a devastazioni e distruzioni, non chiaramente per opera degli imperiali, ma per opera dei pavesi che si dissero pronti a tutto per Federico I.

Tutto questo non fermò certo Milano ed i suoi alleati e, la mattina del 27 aprile del 1167, una moltitudine di persone comparve sulle ancora spoglie Mura della città di Milano.

I cittadini di Milano erano scortati dai Bergamaschi, dai Bresciani e dai Cremonesi e l’entrata ebbe luogo con una solennità degna di una parata reale.

Non passò che un solo mese e Milano aveva già stretto alleanze con diverse altre città.

Indi seguì il rientro dell’Arcivescovo Galdino che, e questo è un punto assai importante, aveva ottenuto dal Papa Alessandro III il vicariato apostolico per tutta la Lombardia: ciò dava diritto di sostituire i vescovi fedeli all’Imperatore Federico con altri che invece seguivano le direttive romane, decapitando così ulteriormente il potere sui Comuni da parte imperiale.

Tornarono anche i Consoli che scacciarono il Podestà imperiale: pareva insomma che tutta l’attività frenetica, dimenticata per oltre cinque anni (tanto era durato l’esilio dei milanesi), non fosse venuta mai meno e fosse stata per così dire solamente parcheggiata, in attesa di tempi migliori, ora ritornati.

Le prime cose che un viaggiatore poteva vedere, passando per la città di Milano che si stava pian piano ricostruendo, furono le torri innalzate per prime con in cima lo stendardo crociato del Comune, e quello stendardo così duramente umiliato e gettato nel fango simboleggiante il Carroccio.

Antichi contrasti, rivalità, lotta di fazioni, erano improvvisamente scomparsi per lasciare spazio ad una necessità di far fronte comune, per impedire ancora i soprusi imperiali.

Il 1° dicembre 1167 la Lega Lombarda aveva già quattordici adesioni e queste città erano unite da un singolare giuramento che non si ripercuoteva al primo posto dei desideri delle varie cittadinanze, ma sussisteva in una vera e propria organizzazione interna al gruppo, il cui lavoro era ben sorvegliato e dettato da precise disposizioni: insomma, potremmo definirlo un patto confederale unitario nel contrastare le mire egemoniche del Barbarossa..

L’Imperatore non accettò, come previsto, questo fatto compiuto; organizzò devastazioni nelle terre ribelli, mise al bando tutti i comuni interessati e legati tra loro da un’alleanza che ora appariva, giorno dopo giorno, sempre più salda e decisa ad agire per il proprio bene.

Tutto ciò che fece Federico I risultò vano e non fruttò che pochi ed effimeri successi, non coronati peraltro da nessun tipo di ripensamento da parte dei comuni ribelli.

Nella realtà, con il passare degli anni, furono anzi le città cosiddette imperiali che dovettero abbassare il capo e, magari, obtorto collo, giurare fedeltà alla emergente Lega Lombarda e seguirne le imprese (che si svilupparono in maniera decisamente felice).

 

 

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