La sovranità come idea politica del suo tempo: i concetti di “superior” e “plenitudo potestatis” imperiale     di Enrico Pantalone

 

 

 

Ora, veniamo alla tesi giuridica più interessante del medioevo trattata questi decenni soprattutto a partire dal XII secolo dalla famosa scuola di Bologna: la teoria della sovranità, termine decisamente diverso sa come noi lo utilizziamo nella nostra prassi comune.

La sovranità è una questione dibattuta a lungo nei secoli che vanno dal XI al XIV, sulla la possibilità o meno di legiferare delle singole civitates rispetto all’imperatore.

Ciò non è altro che la ripresa di quello che abbiamo in altri articoli in maniera succinta ed in particolare, la trattazione che interessa il nostro studio è quella riguardante la disputa tra i comuni lombardi e l’imperatore Federico Barbarossa.

Abbiamo già rilevato che il concetto di sovranità non ha in questo tempo lo stesso significato di quello moderno od in uso da noi.

In altre parole non si considerava la sovranità come potere assoluto e arbitrario, non essendo in realtà conosciuto nemmeno perfettamente il concetto di stato in senso moderno.

E' comunque in questo modo che noi dobbiamo cercare i primi germi della nostra trattazione, come già affermato e le prime istituzioni sulla sua validità nascono e crescono compiutamente nelle dispute venutesi a creare.

Storicamente dovremmo tendere a considerare il termine nella sua concezione più estesa, in pratica verso quella giurisprudenza che con i suoi ordinamenti ha ampliato la scienza giuridica medievale.

Il nostro discorso non può prescindere da quello politico ovviamente, dato che spesso al tempo un eminente giurista era anche un valido politico o viceversa e non è un caso, in questi frangenti che la scienza della politica trova validi assertori non solo nei politici, ma appunto anche nei giuristi e nei letterati.

Il Gierke ci delucida su quest’argomento fornendoci la base di partenza della nostra questione: il riconoscimento della formula “rex superiorem non recognoscens in regno suo est imperator” come principio per la teoria della sovranità, visto che questa formula ha designato chiaramente la sintesi compiuta dei poteri dello stato o meglio dell’imperatore come istituzione sovrana.

All’inizio, questo concetto indicò che esisteva una coscienza unitaria stretta intorno al “dominus mundi” dell’imperatore verso il suo popolo e verso il suo impero universale, così era allora concepito il potere.

Poi, man mano, si estese anche a tutti gli ordinamenti particolari che costellavano l’immenso oceano del diritto medievale.

Il Calasso indica, a proposito di questa formula, due punti essenziali al nostro studio: il disconoscimento da parte dei re liberi di ogni “superior” e l’attribuzione a ciascuno degli stessi “in regno suo” della “plenitudo potestatis” esercitata dall’imperatore “in mundo”.

Possiamo quindi interpretare tale significato con l’esclusione d’ogni potere al di fuori di quello imperiale.

Sostanzialmente possiamo così dire, e questo è anche un primo punto politico, che tale formula afferma la potestà dell’imperatore non tanto nella visione teorica della formula stessa, ma quanto da una piena dichiarazione politica d’intenti verso e coscienze degli uomini.

Al secondo punto possiamo ancorarci come ad un concetto di tipo dottrinale che si presenta essenzialmente conquista del pensiero giuridico, lunga nel suo cammino ma vincente.

Il problema, quindi, si pone ad una sorta di riconoscenza verso le fonti del diritto, come già più volte accennato, anche se ora possiamo essere più precisi e possiamo riferirci meglio al diritto civilista.

In proposito dobbiamo arguire che, in tale chiave si svolsero numerosi confronti sulla Glossa e sui suoi interpreti.

Le tesi dei glossatori erano legate alle richieste di parte imperiale del riconoscimento “De Jure” dei suoi diritti, questo creò notevole imbarazzo, perché che interpretava il diritto era un suddito devoto dell’imperatore e doveva fare i conti con la sua politica, qualsiasi essa fosse e su qualunque strada essa intraprendesse il suo cammino.

Possiamo affermare che fu, in parte, dovuto a questo senso morale che permise ai glossatori di fare uso di tutto il loro ingegno per offrire un lavoro, su una materia solidificata attraverso i secoli, nel modo più convincente ed attinente alla realtà del tempo.

Forse essi si possono scambiare per dei profeti che hanno letto, attraverso la loro mente, il lungo cammino dell’idea del diritto inteso in senso moderno e raziocinante.

I glossatori erano tuttavia, a pieni poteri, dei magnati della vita pubblica ed esercitavano la loro attività senza sosta alcuna, i loro contatti con i dominatori e i protagonisti di quei secoli, li hanno fatti sentire parte integrante di un sistema di cui essi stessi hanno finito per codificare leggi ed usi.

Irnerio fu il primo che si occupò di mettere il suo sapere a disposizione della causa di un imperatore germanico.

Si rammenta l’episodio della deposizione del Papa Gelasio ed il momento in cui Irnerio, al seguito dell’imperatore Enrico V, in piena San Pietro davanti ad una folla tumultuosa, s’accinge ad esprimere tutto il suo fervore e la sua conoscenza della materia per giustificare la giustezza del provvedimento d’adottare verso Gelasio.

Ci sono altre testimonianze di questi casi. Ad esempio, ovunque si dovesse discutere delle condizioni giuridiche e degli “iura regalis” d’alcune città che si erano ribellate al potere imperiale.

Tutte le questioni o le diatribe che si dibattevano avevano, come protagonisti, un glossatore o addirittura tutta una scuola (vedremo, più avanti, la scuola di Bologna a fianco dell’imperatore Federico Barbarossa contro le città della Lega Lombarda).

Abbiamo avuto anche voci di glossatori contrari all’imperatore e al suo “dominatus mundi” come il Piacentino, che difese strenuamente le tesi delle cittadinanze lombarde, ma poi andò in esilio.

Ciò non significa che, come potrebbe apparire da questa testimonianza, andare contro l’imperatore portasse ad essere tenuto in disparte negli studi e dall’oscuro di tutto quel che accadeva; anzi, si poteva trovare, presso la scuola favorevole all’imperatore, materiale da affinare per rendere ancor più valide certe rivendicazioni verso il suo potere temporale.

Insomma, nella vita politica del tempo i glossatori erano politologi, diplomatici, giuristi, auditori e consiglieri al tempo stesso: dalla loro parola poteva dipendere un intero sistema strutturale.

Proprio per questo appare difficile ancor oggi ricostruire, se non parzialmente e ad elementi distaccati l’un l’altro, il loro sentire ed il loro lavoro dogmatico, senza cadere nell’esaltazione della loro passione verso questo o quel uomo.

Si può temere di cadere nella tesi della leggenda nell’utilizzare tutto ciò che troviamo su questi uomini, anche se in simili ipotesi, non del tutto remote, precisiamo che ci si può sentire a proprio agio e ci si può lasciare trasportare.

Come, ad esempio, la tesi relativa alla domanda che Federico Barbarossa fece ai due discepoli di Irnerio, Bulgaro  e Martino: “sono io il padrone del mondo ? “. Al che Martino rispose di si senza alcuna limitazione di spazio e di tempo, mentre Bulgaro rispose: “ per quanto riguarda il fare leggi, il rendere giustizia e l’amministrare l’impero tutto, si, ma per quanto riguarda la proprietà dei beni privati, no “.

Indipendentemente da come si svolsero in realtà i fatti, noi oggi possiamo interpretare l’accaduto come un contrasto tra una definizione richiesta “de jure” sulla sovranità dell’imperatore a fronte di una situazione “de facto” che non esisteva.

Ecco perché possiamo definire anche queste situazioni  al limite della leggenda, come un metodo valido per trarre comunque qualche indicazione utile ai nostri scopi.

Qui ci troviamo di fronte all'esperienza dei trattati giuridici più completa, quella che incomincia a parlare con insistenza anche del concetto di “populus”, fino ad allora sconosciuto nei suoi termini più reali e vivi.

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