La Storiografia della
Cultura di J. Huizinga di Enrico Galavotti
(testo tratto dal
sito dell’autore www.homolaicus.com)
Lo storiografo
olandese J. Huizinga è una delle figure più interessanti del pensiero
storico-culturale contemporaneo, autore di un'opera assai conosciuta: Homo
ludens (Haarlem 1938).
Huizinga nacque il
7 dicembre 1872. A partire dal 1905 diventò professore all'Università di
Groningen e, dopo il 1915, in quella di Leiden. Deportato dai nazisti, morì in
un piccolo villaggio olandese il 1° gennaio 1945.
Il largo ventaglio
dei suoi interessi culturali è semplicemente straordinario. Non senza fatica si
riescono a suddividere le sue ricerche in tre grandi settori: anzitutto la
storiografia propriamente detta (cfr. gli studi fatti su epoche e situazioni
assai drammatiche, come p.es. il basso Medioevo, la riforma protestante, i
Paesi Bassi al tempo della guerra di liberazione contro la Spagna).
In secondo luogo,
un ruolo molto importante viene da lui attribuito alle ipotesi interpretative
sulla formazione e sullo sviluppo della cultura mondiale (p.es. sul ruolo del
"gioco" quale fattore che crea cultura). Più in generale lo ha
interessato l'analisi delle illusioni e utopie "eterne", le "idee
iperboliche della vita" - come le chiamava - che ricorrono periodicamente
nella storia della civiltà (si pensi al sogno dell'età dell'oro, all'ideale
bucolico di ritorno alla natura, all'ideale evangelico di povertà, agli ideali
della cavalleria, al revival dell'antichità classica...). Egli cercò appunto di
dimostrare come in ogni cultura tutta la vita della società s'articolò intorno
a queste idee.
Infine, un posto
considerevole occorre assegnare alla sua critica dell'epoca, specie la diagnosi
della cultura occidentale contemporanea, l'analisi delle cause del declino
della vita sociale (in particolare il rapporto tra le nozioni di
"cultura" e di "civiltà", i problemi della storia
universale, quelli della pace, dello Stato e del diritto). Qui i riferimenti a
J. Ortega y Gasset, M. Heidegger, K. Jaspers e G. Marcel, che nella sua stessa
epoca hanno cercato di comprendere le cause della profonda crisi della cultura
occidentale, sono inevitabili.
Huizinga è
anzitutto uno storiografo, cioè uno storico che combina i fatti con la narrazione
e la teoria. I grandi affreschi come Il declino del Medioevo, Erasmo e La
cultura olandese del XVII secolo danno un'idea sufficientemente chiara del suo
modo di comprendere il problema della ricostruzione di una storia della
cultura; problema peraltro che ha coinvolto, appassionatamente, la storiografia
europea durante i primi 30 anni del Novecento.
Ora, se riguardo
allo Huizinga storico la critica è unanime nel considerarlo "il Burckhardt
del XX secolo", riguardo invece allo Huizinga ideologo i pareri sono molto
discordi, anche in ragione del fatto che Huizinga è sempre stato allergico a
formule categoriche. Al punto che è impossibile far rientrare i suoi lavori
all'interno di una precisa corrente storiografica occidentale.
Alcuni lo
considerano appartenente alla logora storia evenemenziale, individualizzante;
altri lo accusano d’antistoricismo e di "degrado sociologico". Forse
gli storici che gli hanno riservato un'attenzione non superficiale sono stati
gli italiani: D. Cantimori, O. Capitani, C. Morandi.... i quali, però non si
nascondono i limiti metodologici della sua storiografia. Da segnalare anche il
biografo svizzero di Huizinga, K. Koster.
L'idealismo di
Huizinga su molte questioni essenziali relative all'interpretazione delle leggi
dei processi storici, lo avvicina alla storiografia individualizzante e
soprattutto alla scuola tedesca di Baden. Nel conflitto che ha visto opposti, a
partire dalla fine dell'Ottocento, lo storicismo della scuola di Ranke e il
positivismo, la storia e la sociologia, Huizinga non ha certo parteggiato per i
secondi.
Tuttavia, la sua
attività va al di là di questo quadro schematico. Basta, infatti, osservare
come egli esamina le epoche di crisi, quelle che in un certo senso più lo
affascinano; vi sono senza dubbio nella sua analisi elementi propri alla
tradizione dello storicismo idealista (ad esempio l'esagerazione del ruolo
giocato nelle svolte storiche dai grandi personaggi, l'appassionato
attaccamento al concreto, all'empirismo storico, l'importanza attribuita al
caso, e altro ancora).
Ciononostante
Huizinga ha inaugurato un modo nuovo di concepire la storia. Nel suo Declino
del Medioevo i grandi tratti espressivi della cultura dell'epoca sono delineati
nel corso di un'analisi della vita quotidiana della società, un'analisi assai
minuziosa e fedele alla cronaca del tempo, che ha per oggetto tutto quanto
precede le manifestazioni dell'arte: i costumi, le istituzioni etiche e
giuridiche, gli ideali sociali, la dottrina religiosa e le teorie dei mistici,
il quadro sociale dei vari ordini (specie della popolazione urbana) e le
funzioni della produzione artistica.
L'attenzione dello
storico è centrata meno sulle azioni politiche propriamente dette e più sulla
coscienza collettiva, in altre parole sulla correlazione fra la vita della
società e la scala di valori da essa accettati. I problemi della coscienza
sociale vengono esaminati nel quadro d'un lavoro globale di tipologizzazione
della cultura storica. Huizinga non appartiene, in questo senso, alla storia
psicologizzante.
Qui si può
ricordare che un po' più tardi una strada analoga sarà percorsa dal grande
riformatore della storiografia occidentale, M. Bloch, che nei suoi studi sul
Medioevo farà appello alla psicologia sociale.
L'esigenza che ha
mosso questi storici è stata quella di valorizzare aspetti che fossero più
autentici degli avvenimenti politici o delle azioni individuali.
Huizinga considera
la cultura come un sistema in cui tutti gli elementi interagiscono tra loro:
economia, politica, diritto, usi, costumi e arte. Non solo, ma per lui la
storia è immediatamente una storia universale, anche quando si parla di
fenomeni locali. Il metodo comparativo gli pare sufficiente per dimostrarlo.
Tuttavia, la
concezione secondo cui per comprendere il significato di ogni moderno fenomeno
storico bisogna conoscere tutte le culture precedenti, lo obbliga a lavorare su
periodi di grande durata, e questo lo stimola a progettare strutture su vasta
scala. La più globale di queste è senz'altro Homo Ludens: un'enorme costruzione
dì antropologia culturale fondata sull'etnografia, la psicologia storica, la
sociologia, la linguistica, lo studio del folklore, ecc., ovvero un'analisi
globale del ruolo dei miti e dell'immaginazione nella civiltà mondiale, del
gioco come principio universale del divenire della cultura umana.
Non a caso il nome
di Huizinga è stato accostato a quello di M. Mauss e di C. Lévi Strauss; anche
il padre dell'antropologia culturale, E. Tylor, deve aver esercitato su di lui
un profondo influsso. Huizinga - come vuole Capitani - ha anticipato di molto
il metodo di ricerca interdisciplinare, lo studio dei processi, dei rapporti e
delle strutture socio-storiche, nonché l'orientamento non eurocentrico.
Tuttavia, se
Huizinga è vicino alle "Annales" per quanto riguarda i nuovi concetti
di tipologizzazione e generalizzazione, e anche per l'analisi sistemica e
strutturale, ecc., sul piano della storia delle culture egli si avvicina
all'idea dell'analisi morfologica delle entità storico-culturali, elaborata da
Spengler; mentre in relazione al metodo lo stesso Huizinga s'è sempre
pronunciato a favore della tradizionale storiografia événementielle della
scuola tedesca. Egli fu rigorosamente fedele al "mestiere di
storico", quale lo concepiva J. Michelet e L. Ranke.
In particolare,
quando si è sentito in dovere di definire in un saggio il concetto di storia
(1929), Huizinga si è limitato a un'espressione di carattere generale: "La
storia è la forma spirituale in cui la cultura si rende conto del suo
passato", con la quale voleva evitare qualunque definizione scolastica. A
suo parere, la definizione generale dell'oggetto della storia non solo attesta
una profonda dipendenza della storia nei confronti di altre forme del sapere e
della cultura, non solo bandisce dalla scienza storica lo spirito di dogmatismo
e di sufficienza, riaffermando un rapporto vivente con la realtà; ma permette
anche di considerare e valorizzare i motivi che spingono l'umanità a
interessarsi della storia.
In questo senso la
definizione non si pone il problema di render conto di tutti i dettagli, supera
l'apparente opposizione fra gli aspetti narrativi, didattici e scientifici
della storia, non obbliga a scegliere fra il particolare e il generale, in
quanto accetta i piccoli lavori della storiografia locale come le concezioni
globali della storia mondiale e, soprattutto, lascia il campo libero a ogni
sorta di sistemi interpretativi, ove è dal libero confronto dialettico che può
emergere la verità delle cose.
Huizinga rifiuta le
definizioni dell'oggetto della storia formulate da Bernheim, Bauer e altri, per
la semplice ragione che essi rifiutano come fonti non scientifiche i miti, la
tradizione orale presso le tribù primitive, le cronache, le canzoni dei
trovatori, ecc.
Huizinga invece ha
cercato di dare una definizione della storia che permettesse di abbracciare
tutta la pratica della cultura consapevole di se stessa, che si racconta nelle
forme più varie. Non solo, ma egli ha anticipato uno dei principi teorici
fondamentali della ricerca storica del XX secolo: l'idea del condizionamento
della conoscenza storica da parte della cultura cui lo storico appartiene. La
conoscenza. cioè non è mai neutrale, ma sempre storicamente (perché
culturalmente) situata. Lo storico non può fare la storia se non ha coscienza dei
suoi limiti, soggettivi e oggettivi.
Tuttavia Huizinga
paga un certo tributo al relativismo, in quanto per lui la forma scientifica
della storia moderna non costituisce sempre un vantaggio incontestabile in
rapporto alle culture precedenti. L'odierna interpretazione scientifica della
storia -soleva dire- può alterare il senso del passato. Il che può anche essere
vero, ma solo in assenza dei criteri del progresso del sapere storico, che in
assoluto permettono un'approssimazione alla verità storica sempre maggiore.
Huizinga si
pronunciava contro "la storia integrale con le sue proprie leggi",
benché disprezzasse l'idea delle "culture chiuse" e considerasse
l'epoca contemporanea come quella d'una storia realmente universale.
Il valore morale
della conoscenza storica Huizinga lo vede nel fatto che tale conoscenza, come
altre forme di conoscenza, esprime l'orientamento dell'uomo e della civiltà
umana verso la verità. In questo senso egli non è un relativista. A suo
giudizio la storia, come la filosofia o le scienze naturali, porta l'uomo alla
verità, ovvero a liberarlo dai pregiudizi, che sono peraltro inevitabili, a
causa del contesto culturale limitato in cui questa o quella società vive e si
esprime.
Ovviamente la
verità, per Huizinga, non è solo un obiettivo intellettuale, ma anche morale,
in quanto lo storico applica costantemente al passato le nozioni di
"bene" e "male" a sua disposizione. In questo sta la sua
serietà.
La storia, per
Huizinga, è una scienza sociale rigorosa. Essa è sempre stata scritta là dove
un dato periodo storico aveva il suo centro spirituale: l'agorà, i monasteri,
la corte reale, lo studio di un professionista, la redazione di un giornale,
ecc. Compito della storia - a suo giudizio - è quello di rimanere a contatto
con la vita culturale, nazionale e mondiale, non quello di trasformarsi in una
disciplina accademica. D'altra parte la storia non è autosufficiente come le
scienze naturali e filologiche: essa ha bisogno di moltissime branche del
sapere e della cultura.
Le idee di Huizinga
riguardanti la natura e gli obiettivi della storiografia si distinguono per la
loro democraticità e per il misconoscimento assoluto di un qualsiasi carattere
élitario o esoterico del sapere storico. Poiché il sapere storico è, secondo
lui, la coscienza di sé culturale, cioè la forma per mezzo della quale la
società si rende conto del suo passato, questo sapere, se smette d'essere
accessibile a vasti strati sociali e a tutto il pubblico istruito, perde
inevitabilmente il suo significato. Huizinga però condanna anche la cultura di
massa borghese, che giudica volgare, basata sugli istinti e sul profitto.
Egli prende anche
le distanze dalla sociologia, poiché mentre quest'ultima - a suo giudizio -
considera i fenomeni sociali come meri paradigmi, la storia della cultura -
questa la sua opinione - non cerca di dedurre da tali fenomeni delle regole
generali per la conoscenza della società.
Sotto accusa sono
anche i metodi strutturalisti, ritenuti troppo schematici e arbitrari, poco
rispettosi del lato concreto, empirico, della cultura storica. Lo
strutturalismo non è in grado di cogliere - secondo lui - la dinamica della
storia, il lato drammatico o epico delle forme e dei modi dell'esistenza umana.
Anche la diffusione
dei metodi di ricerca quantitativi, fondati sulla matematizzazione del metodo
della conoscenza storica, viene respinta, in quanto essa tende - a suo giudizio
- a spersonalizzare gli avvenimenti e le aazioni degli uomini. La storia diviene
cioè informe, perde la sua dinamica, il suo processo e tutto è ridotto a
singoli atti: la lotta per il potere, ecc. Il lato epico drammatico della
storia sembra che venga percepito oggi - dice Huizinga - solo dalle arti
plastiche.
Tuttavia l'apporto
concettuale di Huizinga sembra inadatto a render conto dell'epoca
contemporanea. Le categorie essenziali dello sviluppo, come il progresso
sociale e la rivoluzione, gli sono completamente estranee: al massimo le
considera come il sogno della felicità che si vorrebbe ottenere "qui e
ora": il "tutto e subito" che si rinnova costantemente nella
storia della civiltà.
Troppo immerso nel
passato, Huizinga considera l'esperienza del XX secolo come quella dell'assurdo
e degli errori, dell'irrazionalità del pensiero e della politica. Le uniche
vere realizzazioni sono state, secondo lui, quelle tecniche.
Questo è anche uno
dei motivi per cui egli, nonostante i periodi oscuri degli anni '30 e '40 del
Novecento, rimase rigorosamente fedele ai criteri e ai valori della filosofia e
della storiografia razionaliste. Correnti, queste, che allora venivano messe a
dura prova dagli attacchi del positivismo e della sociologia, nonché di tutte
quelle che, negando qualsiasi valore scientifico allo storicismo (vitalismo,
esistenzialismo, ecc.), preludevano in un certo senso alla nascita dell'ideologia
fascista.
Le dure filippiche
contro la scienza storica, lanciate da Husserl, Valéry, Peguy e Marcel,
indussero Huizinga a compiere un'analisi della sua epoca nel libro La crisi
della civiltà (1935), nel quale le cause della crisi furono attribuite non al
razionalismo - come vuole la maggioranza degli ideologi occidentali
contemporanei - bensì all'irrazionalismo: lo stesso irrazionalismo che in
politica e nelle relazioni internazionali aumentò costantemente la minaccia
della guerra.
Erede delle tradizioni
di Ugo Grozio, Huizinga sottopose a critica severa le concezioni del diritto
internazionale e dello Stato amorale di H. Freyer, K. Schmidt, ecc.,
denunciando la natura pseudoscientifica delle dottrine giuspolitiche del
fascismo. Il XX secolo - dice Huizinga - ha fatto della storia uno strumento di
falsificazione al livello di politica statale. Nessun dispotismo orientale era
arrivato a tanto.
Sulle questioni
politiche più acute della nostra epoca, Huizinga assunse posizioni
completamente estranee alla ristrettezza borghese, al "neutralismo",
al conservatorismo o al conformismo. Ad esempio nei confronti del problema
della guerra, il suo giudizio è sempre stato di netto rifiuto. La fiducia nelle
armi per lui equivaleva alla superstizione dei primitivi nei feticci e negli
idoli.
Con acume aveva
sottolineato che già la guerra dei Cento anni, le guerre di Luigi XIV o di
Napoleone non avevano procurato benefici a nessuna nazione. Il perfezionamento
delle armi offensive e il servizio militare obbligatorio li giudicava dei
fardelli inconcepibili per gli Stati moderni, non essendo il mondo più capace
di sopportare alcuna guerra distruttiva.
Durante tutta la
sua vita, Huizinga ha denunciato i prodotti dell'imperialismo, come il razzismo
l'ipernazionalismo, il fascismo e il militarismo. Pur avendo numerosi tratti
del "libero conservatore" - come affermano Garin e Cantimori -
Huizinga seppe rimanere fedele, anche con coraggio, ai suoi principi
umanistici.
Per ridurlo al
silenzio, i nazisti lo deportarono, già anziano, in un lager per ostaggi; più
tardi lo trasferirono in un piccolo villaggio olandese, ove morì di sfinimenti
qualche mese prima della vittoria. Ma i nazisti non erano riusciti a farlo
tacere. Proprio nel lager e in esilio egli scrisse due opere: Lo scempio del
mondo e La civiltà olandese del Seicento, continuando a mostrare la stretta
correlazione fra "cultura" e "civiltà umana".
Bibliografia
J. Huizinga, Homo
ludens, Einaudi, 1973;
L'autunno del
Medioevo, Sansoni, 1966;
Erasmo, Mondadori,
1958;
Civiltà e storia,
Guanda, 1946;
L'uomo e la
cultura, Firenze, 1948;
Lo scempio del
mondo, Rizzoli, 1948;
La mia via alla
storia, Laterza, 1967;
La civiltà olandese
del Seicento, Einaudi, 1967;
La scienza storica,
Laterza, 1974;
D. Cantimori,
Storici e storia, Einaudi, 1971.