Legnano, la vittoria della Lega Lombarda e la Pace di Venezia

di Enrico Pantalone

 

 

 

La giornata campale fu quindi quella del 29 maggio 1176 nella piana antistante Legnano. dove del tutto inaspettatamente si scontrarono le prime avanguardie dell’esercito imperiale, appena discese dalle Alpi Svizzere, con le forze milanesi. Queste ultime sostennero in sostanza da sole l’urto dell’armata di Federico I, in quanto le altre città della Lega si rifiutarono di prestare aiuti adducendo futili scuse.

All’alba del giorno successivo, le prime schiere dei germanici furono vinte, ma il grosso dell’esercito imperiale con, alla testa lo stesso Federico I, doveva ancora intervenire nella battaglia.

Appena ciò avvenne, la difesa dei milanesi vacillò e probabilmente sarebbe stata travolta, se non avesse trovato l’orgoglio e la forza di schierarsi a mò di quadrato attorno al Carroccio, vecchio simbolo della città di Milano.

Le truppe milanesi erano scelte e fecero un’accanita resistenza, forse al di là delle previsioni più rosee ed  i tedeschi furono sicuramente intimoriti da tanta foga e combattività, per cui  arretrarono violentemente.

Subito dopo, i fanti milanesi contrattaccarono e clamorosamente dispersero le forze imperiali, facendo breccia tra la cavalleria di Federico I, che fu disarcionato dal suo cavallo.

Fu clamorosa anche la disorganizzazione della ritirata imperiale.

La maggioranza della truppa si diresse verso Pavia, ma pochi vi giunsero sani e salvi: tra questi lo stesso imperatore che, dato per disperso, arrivò distrutto dalla fatica e lacero nelle vesti, solamente dopo alcuni giorni di battaglia.

L’imperatore era oramai sconfitto, distrutto nella sua fede incrollabile verso l’Universalismo che stava così per tramontare definitivamente, ma soprattutto la sua sconfitta incise nettamente sul morale di tutti quanti s’erano adoperati durante gli anni del suo impero, per assecondarlo e costruirgli intorno un mondo a sua immagine e che ora vedevano crollare tutto, senza più speranze per il futuro.

La vittoria dei milanesi non significò solamente la sconfitta politica del Barbarossa, ma significò anche, fatto importante, la sconfitta della cavalleria per opera della fanteria, in altre parole il trionfo della borghesia cittadina sull’aristocrazia germanica dominante in Italia fino a quel momento.

Le armate milanesi e dei centri vicini, corsi in loro aiuto, potevano schierare circa 4000 uomini di fanteria contro circa la metà degli effettivi imperiali, i quali, a loro volta faceva ancora molto affidamento appunto sulla forza della cavalleria: ma si sbagliavano.

I milanesi furono un po’ troppo baldanzosi nel decantare la loro vittoria che in realtà, avevano ottenuto più per debbanaggine imperiale che per loro reale forza, ma ugualmente vollero esternare tutta quella rabbia tenuta nascosta e repressa da quattordici anni prima, quando videro bruciata la loro città.

Per citare una di queste lodi spropositate, vogliamo proporre un brano riportato da C. Vignati nella Storia Diplomatica della Lega Lombarda che illustra una lettera dei milanesi inviarono ai bolognesi:

“Vi rendiamo noto il glorioso trionfo riportato sui nemici. Non è possibile contare il numero degli uccisi, degli annegati e dei prigionieri. Sono nelle nostre mani lo scudo, lo stendardo e la lancia dell’Imperatore. Nelle sue casse abbiamo rinvenuto molto oro e argento ed abbiamo riportato tante spoglie delle quali non crediamo si possa dare un valore. Ma non vogliamo appropriarcene  perché desideriamo considerare beni comuni del Papa e degli Italici.

Nel corso della battaglia è stato catturato il Duca Bertoldo, nipote dell’Imperatore e fratello dell’Arcivescovo di Colonia.

Dobbiamo inoltre aggiungere che è tale ilo numero dei nemici catturati che non possiamo contarli e che tutti si trovano detenuti in Milano……”.

Ovviamente, non tutto ciò che si diceva era vero e molto fu ampliato ad arte per creare un effetto indicibile della vittoria riportata, ma ci sembra di poter affermare che parlare di mettere in comune i beni conquistati nella battaglia fu indubbiamente un grande sforzo da parte dei milanesi: così essi intendevano dimostrare, così, la loro intenzione d’essere si i capofila del nuovo sviluppo borghese cittadino, senza, per questo, voler commettere dei soprusi ai danni delle altre città italiane.

Evidentemente, non erano ancora i tempi maturi per queste impostazioni intercomunali: infatti, parecchi grossi comuni che erano stati con la Lega Lombarda s’affrettarono a chiedere il patteggiamento con l’Imperatore, il quale, considerate le precarie condizioni in cui s’era venuto a trovare, accettò naturalmente senza troppe discussioni.

Così fece pure il Papa, che al pari delle città più importanti temeva che Milano diventasse troppo imponente sulla scena politica, scena evidentemente che invece voleva dominare essa stessa.

Il primo sommario accordo di pace generale fu steso proprio tra lo stesso Alessandro III e Federico I ad Anagni, nel novembre dell’anno 1176, e costituì una bozza di ciò che dovevano essere, più avanti, un vero e proprio concordato, sia tra il pontefice e l’imperatore, sia tra quest’ultimo ed i comuni italiani.

Così ad Anagni, l’Imperatore riconobbe Alessandro III e gli restituì tutto ciò che gli aveva tolto in precedenza, ottenendo in cambio l’assoluzione dalla scomunica ed il riconoscimento del figlio Enrico come suo successore.

I due esponenti delle forze trainanti dell’epoca, quella spirituale e quella temporale, s’erano inoltre accordati d’incontrarsi a Venezia insieme ai legati dei comuni italiani, impegnati nella lotta contro gli abusi imperiali.

L’incontro avvenne nel 1177 e si capì subito che l’intenzione del Papa era d’uscire vincitore senza rendere favori d’ogni genere alla Lega Lombarda che pure aveva speso molto, sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista umano.

La Lega Lombarda chiese per se stessa e per il Papa, la Pace con Federico e giurò di comportarsi nei suoi confronti come “ a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt”.

In caso di contestazioni, rispetto alle consuetudini, si sarebbe risolto il tutto con il giuramento dei consoli delle città verso la potestà imperiale, il che stava a significare che si sarebbe accettata sì l’autorità di Federico e dei suoi successori, ma anche che l’Imperatore si sarebbe dovuto attenere non alle sue dichiarazioni rispetto alla sovranità,  ma a quelle di chi lo aveva preceduto sul trono del Sacro Romano Impero.

Le richieste delle città furono, poi, quelle di formalizzare i diritti che le stesse s’erano già palesemente attribuiti, cioè,: di poter eleggere i consoli che a loro volta avrebbero dovuto rendere giustizia a tutta la gente; di poter riavere tutto il maltolto imperiale degli anni addietro; di poter fortificare le città; di poter mantenere viva e con istituzioni centrali la Lega Lombarda e di poterla collegare anche con l’Autorità Papale.

Per contro, in cambio promisero “forum regale, et consuetum, et consuetum paratam, cum vadit Romam, gratia accipiendae coronae, consuetum transitum, sufficiens mercatum, fidelitatem a vassallis, er vassalorum expeditionem cum pergit Roman”.

A sua volta, Federico concesse solo una tregua di sei anni alla Lega Lombarda, dopo aver concordato una preventiva pace separata con il Papa.

Possiamo affermare con sicurezza che la Pace di Venezia, così ci sentiamo di definirla anche se non la possiamo inquadrare esattamente come tale nel contesto storico-politico, fu un punto fondamentale per uno sviluppo di ciò che molti secoli più tardi sarà denominato “stato di non belligeranza tra parti di eguale potenza” allo scopo di prevenire guerre future e susseguentemente di favorire il nascere d’ordinamenti interni per ognuna delle parti in causa.

In sostanza, si trattava di salvare in maniera dignitosa e civile gli interessi commerciali e di natura finanziaria di tutti gli spiriti coscienti delle sovranità cittadine, ecclesiastiche ed imperiali.

Era la fine dell’antico sogno d’impero universale, concepito come tale per lunghi secoli e che era giunto oramai al suo tramonto, sia come potere imperiale, sia come potere papale.

Le città che firmarono l’accordo preventivo della durata di sei anni furono da parte imperiale: Cremona, Pavia, Genova, Tortona, Asti, Alba, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Alberga, Casale di Sant’Evasio, Monteveglio, Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Rimini, Castrocaro, più il Marchese di Monferrato, i Conti di Biandrate, i Marchesi Del Vasto,i Conti di Lomello.

Da parte delle Lega Lombarda, le città firmatarie furono: Milano, Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo, Lodi, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Carsino, Belmonte, Piacenza, Bobbio, Opizo Malaspina, Parma, Reggio, Modena, Bologna, S. Cassano, Doccia, più il Conte di Bertinero e di Ruffino Trino.

Tutte queste entità accettarono di deporre le armi e di non combattere tra di loro per il periodo stabilito e fu anche deciso che nessuno avrebbe dovuto a Federico I ed a tutti i suoi successori, l’atto di devozione ed il prestare giuramento, oppure di chiedergli delle investiture a meno che non lo avesse esplicitato espressamente.

Durante i sei anni di tregua che parvero interminabili, incessanti furono i contatti per stabilire una pace ed un concordato definitivo tra le due parti contendenti, con l’ovvia esclusione del Papa, il quale per parte sua, aveva già firmato un accordo perenne con l’Imperatore che lo garantiva da ogni possibile ritorno di fiamma di quest’ultimo.

Alessandro III, uno dei grandi protagonisti di questi cruenti anni era intanto deceduto il 30 agosto 1181 e quindi, adesso, bisognava aspettare le prospettive delineate dall’elezione del nuovo Papa.

Durante i sei fatidici anni, Como ed Alessandria erano tornate dalla parte dell’Imperatore, il quale peraltro appariva stanco e senza più voglia di combattere anche perché s’avvicinava alla sessantina, per quel tempo un’età notoriamente avanzata.

Il trattato di Venezia fu rimaneggiato e ridiscusso più volte, allo scopo di poter eliminare tutte quelle parti che potevano far sorgere problematiche insormontabili successivamente.

I legati della Lega Lombarda e quelli dell’Imperatore Federico I si trovarono poi definitivamente a Piacenza, dove il 30 marzo 1183 fu firmata la bozza conclusiva dell’accordo, ratificata poi in forma solenne a Costanza, il 25 giugno dello stesso anno.

Tre documenti del 1183, pubblicati dal Muratori, ci permettono d’osservare alcuni punti o sarebbe meglio dire delle premesse al trattato stesso.

Senza essere a conoscenza se tali documenti fossero diventati poi di pubblico ascolto a Piacenza, oppure, più tardi, a Costanza, possiamo affermare che il primo riguardava i patti, le esenzioni ed i privilegi che Federico concedeva ai lombardi; il secondo aveva con sé gli articoli che erano alla base della concordia stabilita tra la Lega Lombarda e l’Imperatore; infine, il terzo era sostanzialmente una palese ripetizione dell’elenco delle regalie e consuetudini che Federico e suo figlio Enrico facevano di loro grazia alle città della Lega Lombarda.

Erano atti preliminari, d’accordo, già in sé portavano quella carica di supremazia che l’Imperatore ancora osava ostentare e non ci pare oggi essere lontano dalla verità nell’affermare che lo stesso sembrava quasi elargire, come dono o grazia personale, tutte le libertà che i comuni lombardi, invece, s’erano conquistati sul campo sconfiggendolo.

Egli non pensò mai, probabilmente, di scendere a giusti patti con le città, non almeno nel senso del “do ut des” bilaterale.

Si riproponeva, ancora una volta, con quell’aureola divina che il suo titolo imperiale gli elargiva, ma in sostanza dietro tanta forma esisteva oramai il fatto che le sue pretese iniziali erano scomparse, per fare posto a pretese più miti e soprattutto a ciò che chiedevano i comuni.

Quest’ultimi da buoni commercianti pensarono più all’utile (che, in questo caso, erano i loro propri ordinamenti) che alla forma, per cui lasciavano volentieri all’Imperatore la sfarzosità e la pomposità.

 

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