LE TEOGONIE GRECHE
Nel loro rapporto con la letteratura ebraica     di Enrico Galavotti

(articolo tratto dal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)

 

Nelle cosmogonie e teogonie delle civiltà antagonistiche spesso, all'origine del mondo o dell'universo, c'è un parricidio o comunque un delitto tra fratelli.

Anche nella descrizione ebraica del peccato d'origine c'è l'affermazione di un arbitrio contro una tradizione consolidata o contro una memoria storica, rappresentata dalla figura di dio. Si afferma in sostanza una libertà individualistica contro le esigenze di un collettivo.

E tale gesto viene equiparato a una sorta di delitto, in quanto l'assassino non può più tornare indietro, non è capace di farlo o addirittura non può farlo perché qualcosa glielo impedisce.

Infatti, nell'affermazione individualistica dell'arbitrio è come se l'uomo perdesse l'innocenza e non potesse più recuperarla, neanche volendo.

Il male dell'antagonismo sociale si diffonde a macchia d'olio, anche perché chi pensa di combatterlo, per timore di dover usare gli stessi mezzi con cui il male si diffonde, evita di farlo: è l'ideale della non-violenza che si trasforma in "non resistenza al male".

La differenza fondamentale tra le teogonie greche e quella ebraica è che le prime davano per scontata l'affermazione dell'arbitrio, mentre per la seconda si tratta di una libera scelta dell'uomo, che ogni volta si ripete, per quanto ogni reiterazione subisca i condizionamenti della precedente.

Le cosmogonie e teogonie pagane sono rassegnate e vedono gli dei in competizione tra loro. Il concetto di forza prevale su tutto e l'astuzia è al suo servizio. Il fine dell'uso della forza è il potere.

Nella teologia ebraica esiste invece un dio onnipotente sin dall'inizio, che pur negando all'uomo peccatore un libero accesso all'eden, gli permette comunque di sopravvivere e di riprodursi, nella speranza che un giorno si penta di ciò che ha fatto. La forza è al servizio della giustizia, che poi gli ebrei codificheranno nelle famose tavole della legge.

E' dunque giocoforza che nelle teogonie pagane gli dei temano gli uomini, al punto che non vorrebbero neppure farli nascere o vorrebbero distruggerli del tutto, poiché gli dei sanno o prevedono che un giorno gli uomini potranno fare a meno di loro.

Gli dei pagani temono l'ateismo umano conseguente all'affermazione arbitraria dell'io.

In realtà proprio dall'affermazione di questo io nasce la rappresentazione della realtà come dominata dagli dei.

Nell'immaginario delle civiltà antagonistiche di origine greca la lotta tra gli esseri umani e tra questi e la natura viene raffigurata come una lotta tra gli uomini e gli dei.

E gli dei vengono usati per sottomettere quella parte di uomini che nello scontro armato risulta sconfitta.

Nelle cosmogonie pagane ogni concessione che gli dei fanno agli uomini viene considerata come una minaccia all'esistenza stessa degli dei.

Questa è una tesi che in realtà serve a giustificare un'altra tesi, non confessata, secondo cui nella vita reale gli uomini che detengono il potere non possono, anzi non debbono riconoscere ai sudditi i diritti che loro spettano.

Se i sudditi si convincono della necessità della loro subordinazione, accetteranno anche l'idea che la volontà degli dei sia superiore a quella degli uomini. E quanto più accetteranno questa idea tanto più resteranno sottomessi nella vita reale. E così il cerchio si chiude.

In tal senso l'affermazione definitiva di Zeus rispecchia una configurazione sociale della realtà greca in cui gli aspetti politico-militari erano del tutto prevalenti, tali per cui il resto dell'organizzazione sociale dipendeva rigidamente da essi.

Nette sono le gerarchie, le stratificazioni di casta o dei gruppi di potere (le stirpi), che godono di privilegi esclusivi; Zeus stesso, con il suo Olimpo, vuole essere una raffigurazione della monarchia sulla terra.

Si ricordi che la civiltà greca, anche nel suo massimo splendore, non arrivò mai a costruire un impero analogo a quello romano, per il quale la raffigurazione delle singole divinità, espressioni di polis rivali tra loro, necessitava d'essere sostituita da una raffigurazione più astratta e generale del dio supremo, in cui ogni polis potesse riconoscersi, pur nel rispetto delle autonomie locali e quindi delle loro specifiche divinità.

Il motivo per cui i greci abbiano scelto di affidare i poteri a un figlio di Crono e non a Crono stesso o a suo padre Urano, è stato determinato proprio dallo scontro violento tra opposte fazioni. Cioè, prima che Zeus diventasse il capo degli dei, le etnie, le tribù, i villaggi erano in lotta tra loro e quando si trasformarono in polis i giochi erano ormai fatti (sicuramente molti secoli prima dell'apparizione dei poemi omerici).

Tutti gli dei anteriori a Zeus, specialmente quelli di origine femminile e quelli che più facevano capo a forze della natura, vengono considerati più deboli, anche se dal punto di vista dell'anteriorità temporale avrebbero dovuto essere considerati più forti, essendo dei originari e non derivati o, se si preferisce, divinità più connesse all'animismo o al totemismo che non a una ideologia funzionale alle esigenze del potere.

La possibilità che divinità inferiori o posteriori possano spodestare divinità superiori o anteriori è determinata dal fatto che per i greci in origine esiste solo il Caos, dove tutto è confuso, indistinto, perduto nella Notte o immerso nell'Abisso più profondo.

All'origine non c'è il "bene" (come nella cosmogonia ebraica, dove ad ogni singola creazione dio vide d'aver fatto una cosa "buona") ma il "nulla". Le cose create non sono "buone di per sé", ma o sono frutto del caso o della violenza.

Dal nulla è emerso un conflitto di forze opposte (Urano viene evirato dal figlio Crono e questi viene spodestato dal figlio Zeus): è un conflitto inevitabile, dettato proprio dalla volontà di dominio, che si scontra con poteri costituiti.

Dal caos tutto nasce in maniera casuale, in quanto lo scontro tra forze opposte è inevitabile e nessuno può opporvisi. Si può solo uscire dal conflitto come vincenti o come perdenti.

Questo per dire che il concetto di "bene" per le cosmogonie e teogonie greche è molto relativo, in quanto strutturalmente connesso a quello di forza. E' questa che decide cosa è bene e cosa no.

A volte persino la volontà degli dei, che vorrebbe un certo bene per gli uomini, deve piegarsi alla volontà del Fato, che invece ne vuole un altro.

Nelle teogonie greche non c'è quindi esigenza di tornare a un bene primordiale andato perduto, ma semplicemente di stabilire un ordine generale, gerarchico, in cui i poteri costituiti possano vivere e riprodursi senza fatica. Il bene è il potere stabilito dalla forza, con l'aiuto dell'astuzia.

Nella visione giudaica della realtà invece il popolo è continuamente alla ricerca dell'innocenza violata, del paradiso perduto, della terra promessa in cui vivere il senso di giustizia e di uguaglianza, e questo popolo non accetta affatto l'idea di dover stare sottomesso.

Il popolo ebraico ha rifiutato lo schiavismo assiro-babilonese, egizio, ellenistico, romano e ha sempre preferito la morte o l'esilio alla schiavitù.

Da questo punto di vista esiste una differenza abissale tra le vicende (vissute e narrate) di tale popolo e quelle di tutte le altre popolazioni non ebraiche della storia antica, fino alla nascita del cristianesimo.

Tutti i miti e le leggende greche sono incredibilmente superficiali rispetto alla letteratura ebraica. La loro complessità, al massimo, si esprime a livello psicologico. Ma non esiste un pathos di natura storica, in cui il protagonista non sia l'eroe singolo o la sua stirpe, ma un intero popolo.

Enrico Galavotti

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