Chariots of Fire  (Momenti di Gloria)    di Enrico Pantalone

Uk 1981,  123’

Regia Hugh Hudson

Interpreti: Ian Charleson, Ben Cross, Ian Holm, Lindasy Anderson

 

 

Questo film è sicuramente uno dei più intensi e belli dedicato allo sport nobile, quello sport che andrebbe sempre preso ad esempio per il modo d’interpretare la vita e l’educazione, un modello su cui i giovani possano confrontarsi serenamente sia che la disciplina sia finalizzata al professionismo sia che resti nell’ambito amatoriale, un film che varrebbe la pena di riproporre spesso sui media e anche nelle scuole.

Veniamo alla narrazione breve dei fatti che c’illustrano in pratica la preparazione d’alcuni giovani britannici nel quadriennio precedente i Giochi Olimpici di Parigi del 1924 (meta finale per tutti). Alcuni di loro realmente esistiti (Eric Lidell, Harold Abrahams, i due protagonisti assoluti), altri inventati (quelli che narrano le vicende) ed uno realmente esistito, Lord Burghley, Presidente della Federazione Britannica d’Atletica fino a pochi anni prima la messa in scena del film, a cui per ovvi motivi è stato cambiato il nome nel film.

Eric Liddel, pastore evangelico scozzese, vive nella sua terra natia, dove i ragazzi poveri corrono a piedi scalzi ed in mezzo ai prati per avere una stretta di mano ed un sermone, ma lo fanno con gioia immensa e nel rispetto del prossimo, solo la domenica per onorare il Signore non si pratica sport e ci si dedica alla contemplazione ed alla preghiera.

Il pastore sa d’avere un dono di Dio, la velocità, e la resistenza alla velocità prolungata (soprattutto nei 400 metri piani*) che gli evita di piantarsi sul rettilineo finale, dove si muore piano piano e l’asfissia sembra prevalere nei polmoni (lo scrivente parla per esperienza diretta essendo stato un discreto quattrocentista in gioventù).

La sorella, angelica e determinata, impegnata anch’essa nelle attività religiose e sociali, preferirebbe che lui si dedicasse anima e corpo alla Chiesa prima di partire per la missione in Cina insieme con lei, ma Liddel non può tradire i “suoi ragazzi”, non può far perdere loro la speranza in una vita migliore e la convince a desistere dai suoi propositi almeno fino alla fine dei Giochi Olimpici.

Harold Abrahams è un ebreo, figlio d’un ricchissimo commerciante, al suo college, dove arrivano solamente coloro che contano nella società britannica, egli s’impone sia come atleta che come studente, la sua gara sono i 100 metri*, lo scatto, la velocità pura, egli assume anche un allenatore professionista per essere il migliore a Parigi, questo gli costa la qualifica dispregiativa di “falso dilettante” infamante al tempo, ma tutti sanno che egli vincerà la medaglia d’oro e batterà gli statunitensi, eterni rivali degli inglesi sul campo e perciò si passa sopra a tutto con un cinismo esasperato tipico della società degli anni venti lanciata verso un completo rovesciamento di valori etici e morali.

In lui prevale l’angoscia d’essere d’una razza diversa, a nulla valgono le amicizie dello stesso Lord Burghley (che s’allena sugli ostacoli bassi mettendo delle coppe di champagne ad ognuno, con lo scopo d’evitare che cadano quando li supera), d’altri compagni di college e dello stesso Liddell che lo batte sui 200 metri*, una distanza neutra tra i due, in una gara scozzese: Harold assorbe quest’ultima battuta d’arresto attraverso una metamorfosi strana, Liddel non è un avversario, ma qualcosa di più d’amico, un uomo a cui ispirarsi, mai sconfitta è stata più salutare.

La nazionale d’atletica prima di partire per la Francia è riunita insieme per uno stage, memorabili le riprese d’un allenamento sul bagnasciuga tra un mare scuro, la pioggia e la costa brulla inglese: la musica di Vangelis accompagna gli uomini che corrono magistralmente.

1924, Parigi  il Comitato Olimpico Britannico presieduto dal Principe di Galles e futuro Edoardo VIII (quello che rinuncerà nel 1936 al trono per sposare Wally Simpson) deve riunirsi d’urgenza per una “grana”  davvero grande: Eric Liddel scopre che la finale d’una delle sue gare si correrà di domenica, il panico è grande perché senza troppo pensarci il pastore taglia corto e dice che mai garreggerà in questa giornata, perfino il Principe di Galles e futuro capo della chiesa anglicana cerca di fargli comprendere che certe volte si possono fare delle concessioni alla religione, ma l’etica e la statura morale dell’atleta sconfigge tutti, nessuno è in grado d’opporre una seria resistenza alla sua filosofia, ma ecco che Lord Burghley con un gesto tutto da gentleman inglese, avendo già vinto una medaglia, cede il suo posto a Liddell per la gara dei 400 metri piani, la sua gara che verrà disputata nei giorni feriali.

A parte Burghly, nessuno degli altri protagonisti del film (ad esclusione ovviamente di Abrahams e Liddell) combinerà nulla di buono, non ci sarà gloria per loro, troppo amateurs per una disciplina che incomincia ad imporre ritmi da professionismo.

Sempre con la fantastica musica di Vangelis, Harold Abrahams percorre i suoi 100 metri, batte gli americani e vince la medaglia d’oro, poi se ne va triste e sconsolato, il duro lavoro per raggiungere la meta l’ha distrutto psicologicamente, ora deve vincere un’altra battaglia più importante, accettare stesso come uomo e la bellissima attrice amata che impalmerà come “premio” per la vittoria.

Poi vanno tutti a vedere Liddell nella finale dei 400 metri piani, ha contro tre americani , il pubblco tifa per lui, c’è Edoardo VII in tribuna, c’è Abrahams che lo carica, arriva anche la sorella che sorride compiaciuta e gli manda un bacio d’augurio, c’è Lord Burghley, ci sono i s”suoi ragazzi di strada scozzasi” che l’accompagnano idelamente.

Eric Liddell vince, facendo cadere la testa all’indietro solo negli ultimi metri, oggi non succede più perché gli specifici allenamenti aiutano a superare questo momento davvero drammatico della gara, un muro psico-fisico quasi invalicabile soprattutto a quel tempo,  quando mancava l’ossigeno e si respirava a bocca aperta capovolgendo il capo per far affluire più velocemente l’aria ai polmoni, in genere al termine della gara si rimetteva e fino a qualche decennio fa esistevano dei catini apposta per questo nei pressi dell’arrivo (ebbene si, anch’io ne ho dovuto farne uso….).

Tutti a complimentarsi con Eric Liddell, primo in testa Abrahams che lo abbraccia.

Ed il film tecnicamente finisce qui, solo Lord Burghley continuerà la carriera atletica e sarà medagliato anche quattro anni dopo ad Amsterdam, poi diventerà Presidente della Federazione fino alla sua morte avvenuta alla fine degli anni settanta.

Abrahams diventerà uno stimato uomo d’affari e scriverà numerosi articoli come esperto d’atletica, mentre Eric Liddell, fedele al suo programma andrà missionario in Cina dove sarà catturato dai giapponesi e morirà in un campo di concentramento, tra la gente che soffriva, la fine etica che lui avrebbe senz’altro desiderato.

Eric Liddell fu il modello a cui lo scrivente s’ispirò nella sua gioventù (molto prima dell’uscita del film ovviamente) e ancora oggi è per me un fulgido esempio di cosa significhi essere “Un Uomo”.

Il film senz’altro percuote gli spettatori con il suo rigore morale, le sue intransigenze, i suoi esempi, cerca di far comprendere che il duro lavoro per raggiungere una meta, qualunque essa sia paga sempre, l’applicazione e la forza di volontà sono essenziali in ogni campo umano, ma soprattutto si devono rispettare gli ideali prefissati in precedenza senza mai derogare, poi si potrà anche essere sconfitti in una singola gara dove tutto può accadere, ma non si sarà mai sconfitti nella gara più importante che è la vita ed il rapporto con gli altri.

 

*N.B. ho usato le distanze metriche per rendere più agevole la comprensione all’utente, a quei tempi nel Regno Unito si correva su distanze in yards.

 

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