Orazio, il piacere di scrivere   di Enrico Pantalone

 

Nonostante tutte le disavventure che gli capitarono avendo scelto la "parte sbagliata" nella disputa istituzionale tra il Senato e Giulio Cesare, cioè quella anti-cesarista, Orazio continuò a scrivere anche successivamente al passaggio di poteri perché tutto sommato era un lavoro che faceva bene, gli veniva naturale e faceva piacere a lui stesso ed alla gente a cui proponeva i suoi sforzi, ricevendo lodi anche da chi lo aveva vinto politicamente.
Fu dunque un mancato soldato e ringraziamo il cielo che sia andata così, altrimenti ora non avremmo le celestiali ed immense opere che egli ha lasciato ai posteri, ma probabilmente un buon comandante militare, uno dei tanti, senza infamia e senza lode.
Orazio scriveva perché oltre ad essere l'unica vera cosa che sapeva fare, era nello stesso tempo lontano sia dall'arrivismo politico tipico dell'epoca, sia dalla vita bucolica della campagna, che magari amava descrivere, ma in cui mai avrebbe potuto vivere.
Nei suoi scritti, specie quelli filosofici della sua giovinezza e della sua adesione alla congiura anti-cesarista, traspariva senz'altro un idealismo umano che egli si porterà dietro anche nel periodo susseguente, cercando d'autopunirsi per aver scelto la parte errata e convenendo di dover cercare una sorta di chiarimento con i vincitori, una sorta di patto non d'amicizia, ma basato su valori etici e morali, un nuovo mondo, un nuovo modello istituzionale in cui comunque tutti dovevano avere cittadinanza: Orazio voleva unire e non dividere Roma, sempre partendo dal presupposto dell'accettazione del nuovo regime instaurato.

Egli entrando a far parte delle cerchia culturale voluta e sostenuta da Mecenate, implicitamente accettava Ottaviano Augusto che ne era sicuramente l’ispiratore e di conseguenza tutta la sua politica volgendo oramai definitivamente le spalle alla defunta repubblica per costruire un’istituzione diversa.
Orazio non era un traditore, egli saliva a quel livello molto alto con pieno merito, Mecenate indubbiamente da questo punto di vista non precludeva la strada a nessuno, tanto meno ad un nome già molto conosciuto e stimato ed Orazio s’inchinava al nuovo principe, ma nello stesso tempo difendeva strenuamente la sua libertà personale ed il logico pensiero che l’aveva contraddistinto anche nel passato.
Egli diveniva così un esperto dell’arte di vivere e la sua filosofia la troviamo manifestata benissimo in tutta la sua produzione, egli svolgeva un’attività intensa, ma moderata nei termini, evitava gli eccessi e questo gli consentiva di mantenere una sua linea ben precisa e molto ricercata anche dallo stesso Ottaviano.

Forse si potrebbe parlare anche di "non resistenza" al nuovo corso, visto che egli riteneva, rispetto ad altri illustri "perdenti" che esso sarebbe durato molto a lungo, per secoli, dando per scontata quindi l’inutilità della resistenza senza alcuno scopo, poi tutto sommato la cosa non gli dispiaceva molto, come ad altri poeti l'etichetta d'oppositore del principe all'interno della sua cerchia gli donava un'aurea particolare, sapeva d'essere considerato e questo gli procurava piacere, sapeva che i suoi versi erano molto apprezzati e questo gli procurava altro piacere, tant'è che ancora oggi è probabilmente il poeta latino  le cui citazioni od espressioni risultano essere le più utilizzate e conosciute.
Figuriamoci se non poteva fargli piacere che la gente importante parlasse di lui e delle sue opere benevolmente, a cominciare da Ottaviano che pare apprezzasse molto la sua forza energica nello scrivere, cosa riconosciuta un pò da tutti.

Certamente una delle sue maggiori composizioni in termini d'equlilibro e senso pratico della politica da attuare e del nuovo corso da adottare furono le Epistulae, dove traspariva la saggezza della maturità e della comprensione della vita e fin dalla prima, indirizzata a Mecenate, egli professava la sua nuova fede, non rinnegando il passato, ma decidendo di ricercare attraverso la filosofia le vie migliori per un uomo che necessariamente dovevano passare anche per taluni compromessi, in altre parole la ricerca del buono, del concreto, del realizzabile da parte dell'uomo che lui vuole rappresentare per stesso e per gli altri.
Non a caso, infatti, egli non distingueva tra epicurei e stoici, per lui v'era del buono e del cattivo in ognuno dei due modi di vivere, l'essenziale era che l'uomo manifestasse la voglia di progredire in comunità ed in pace con gli altri, obiettivo che veniva posto come bene primario assoluto.

 

(pubblicato anche su SIGNAINFERRE)

 

HOME PAGE STORIA E SOCIETA’