Papato ed Impero nel V secolo: le filosofie      di Enrico Pantalone

 

 

Per molti versi il conflitto in questo periodo rimane nell’ambito di un’attività non di violenza (fisica o verbale che fosse) come quello ad esempio dei secoli successivi o di quello del secolo precedente, ma risulta fondamentale per tutto ciò che porterà come conseguenze nelle generazioni a venire.
Il papato romano, infatti, riprendendo le tesi care ad Ambrogio e Damaso attraverso Innocenzo I, Leone Magno, Gelasio rispolvera tutta la sua tenacia nella resistenza all’autorità imperiale non limitandosi a tenere la difesa ma iniziando ad attaccare i capisaldi dell’ideologia statale.
Un aiuto insperato in questo arrivava dalle invasioni barbariche che se non erano la causa principale sicuramente ampliano drammaticamente la frattura presente, già ampiamente vasta nei momenti bui dove mancava lo stato sopperiva la chiesa e questo indubbiamente avvantaggiò chi sedeva in Roma rispetto a chi sedeva a Bisanzio, almeno nelle terre ad occidente.
In più v’era in questi Papi anche una profonda conoscenza ed utilizzo delle tesi agostiniane e del suo genio che servì a formulare al meglio la nascente dottrina cattolica presentandola finemente cesellata di diplomazia e di teologia al punto che le tesi stesse non mancheranno d’essere lette anche a Bisanzio nei secoli successivi.
Non ci furono lotte o avvenimenti densi di drammaticità ma una chiara determinazione allo svincolo religioso prima e politico poi dalle precedenti subordinazioni alla potestà imperiale.
Nessun Imperatore di questo secolo mosse a battaglia aperta o cruenta contro un Papa e nessun Papa alzò mai oltre i limiti pesanti la propria protesta.
Fu un secolo di battaglie ideologiche, di fini spiriti, di grande sviluppo intellettuale e di un'arte diplomatica senza precedenti ma fu anche il secolo in cui le due strade quella cattolica e quella ortodossa evidenziarono le loro chiare prospettive future.
Agostino stesso in una sua lettera proprio ad Innocenzo nel 416 ed in piena lotta contro l’eresia di Pelagio scrive in termini molto chiari sul fondamento dogmatico alla guida spirituale della Chiesa di Roma che secondo il suo parere si può richiamare direttamente alle Sacre Scritture.
Ad oriente come ad occidente nel corso di questo secolo si cercò sempre di trovare un punto d’incontro, di cercare un mezzo per poter governare il sistema religioso e tutti i tentativi s’arenavano tuttavia di fronte alla rivendicazione della Chiesa Romana d’essere l’unica a prendere decisioni riguardanti la Fede e così nella risposta d’Innocenzo ad Agostino si riafferma questa volontà che tutti a cominciare dall’Imperatore andassero a Roma a discutere le tesi.
La lotta tra i due grandi poteri del tempo stava entrando nella fase mediana e nel vivo delle proposizioni.
Del resto Agostino spiega ampiamente nelle sue lettere come l'impero prima romano sia diventato poi cristiano e le sue parole sono sempre state intese come un asservimento della monarchia alla religione, il che sarebbe una sintesi simbolica: questo per quanto riguarda la parte occidentale.
Ovviamente ciò non poteva star bene ad oriente, sebbene nessun imperatore osasse proferire parola contro il filosofo del cristianesimo a cui tutti si rifacevano, di fatto, le sue parole risultavano vuote quando si trattava di passare all'azione politica.
Per Agostino il potere politico (quindi l'imperatore) era necessario sulla Terra per causa della natura umana e del peccato originale, ma una cosa era il potere sulla terra ed un'altra il potere divino e questo secondo lui era rappresentato dal soglio di Pietro a cui ogni imperatore doveva sottomettersi.
Il pensiero d’Agostino è stato decisivo per l'acuirsi nella disputa tra i due poteri e spesso se ne sottovaluta la portata storica.
Due furono le frasi celebri di Agostino al proposito:
"Il Soglio Apostolico ha scritto; quindi la questione è chiusa"
"Ogni popolo che si diletta solo del potere terrestre e rifiuta il dominio del Signore, sotto il cui dominio ognuno è tanto soggetto da poter dominare le passioni, ogni popolo simile è lungi dalla santità. Certo, l'Imperatore è re, benché uomo, sopra uomini e in cose umane; ma c'è anche un altro Re, per le cose celesti, C'è un re per la vita soggetta al tempo, e un Re per la Vita Eterna".
Agostino combatte indubbiamente anche le affermazioni dei tempi di Costantino laddove molti dell'entourage dell’imperatore invocano la fedeltà alla fede cristiana come canone per una migliore attività nell'ambito politico.
In fondo a guardare bene l'affermazione dell'imperatore era del tutto simile a ciò che era detto dai pagani in tempi delle invasioni barbariche per giustificare le sventure, in altre parole l'abbandono dei vecchi dei avrebbe provocato la loro ira e di conseguenza l'invasione.
Agostino nella sua Città di Dio, infatti, in polemica con queste persone dice chiaramente che il valore della fede non è misurabile in potenza politica o nel successo attraverso essa, ma diventa importante proprio perché non è chiesto nulla a livello di bene.
Agostino cita proprio come grandi imperatori Costantino e Teodosio, perché ebbero la Fede senza nulla chiedere in cambio.

In buona sostanza lo scontro di questo secolo aveva radici ben più profonde e recondite rispetto alla pura dialettica.
Il Papato aveva dalla sua probabilmente il più grande filosofo e pensatore della Cristianità almeno di quella alto-medievale ed indubbiamente ne trasse vantaggi enormi per impostare la propria politica peraltro già ampiamente sviluppata nei secoli precedenti.
La monarchia non poteva certamente porsi su di un piano dialettico spirituale né lo voleva, ma spesso tendeva ad assumere atteggiamenti e toni d’aperta sfida come se non si volesse accettare il fatto incontrovertibile che il potere temporale era in ogni caso destinato a soccombere rispetto a quello spirituale.
Costantino nel momento in cui scelse di alzare il vessillo Cristiano decise la politica dell’Impero in senso religioso, e decise di porsi sotto la protezione del Salvatore, dunque implicitamente n’accettava i principi e le impostazioni.
L’illazione mossa spesso è che Costantino scelse questa strada perché era conveniente, e fu così certamente, ma ciò non sposta minimamente l’impostazione della problematica: egli si volle tutelare e per tutelarsi scelse la religione Cristiana sottomettendosi ad essa con disciplina.
E' in quest’ambito che i Papi svilupperanno nel V secolo parti delle loro tesi, e come abbiamo visto lo stesso Agostino lo cita come esempio.
Non era nemmeno il caso di parlare di divisione nei poteri, l’Imperatore regnava sui suoi sudditi e sulle sue terre, Cristo e quindi il suo vicario in terra, il Papa, regnava su di lui e quindi implicitamente anche sui sudditi e sulle terre.
Infatti, questa era la proposizione che il monarca non poteva accettare, lui si sentiva il diretto interlocutore con il Cristo e rifiutava quindi d’asservirsi al Vicario in terra.
Un altro punto importante è che Agostino non ritiene mai colpevoli gli imperatori delle sventure che si potrebbero abbattere sulla gente o sul territorio: in quanto cristiani essi sono esenti in ogni caso da colpe particolari se hanno applicato i precetti e si sono fatti portavoce della parola di Dio.
Nella sua Città di Dio, Agostino preme come sappiamo affinché Chiesa e Impero concorrano ognuno con le loro proprie responsabilità al compimento degli ideali maggiori e più alti che sono i precetti cristiani.
I papi di questo secolo (Leone e Gelasio soprattutto) fanno di questa filosofia agostiniana la sintesi della vita quotidiana e chiedono agli imperatori il rispetto dei dettami voluti dalla Legge di Dio, essi sono i rappresentanti in terra di questa legge e chiedono la protezione del monarca, si pongono essi stessi sotto la tutela, ma nel frattempo chiedono che lo stesso monarca non si intrometta nelle dispute religiose ed il loro riferimento va all’oro ed al piombo fusi insieme quali simboli per questa unità d’intenti.
Restava perciò al primo posto la priorità del rapporto con il “Buon Imperatore” attento alla difesa della Chiesa e del resto lo stesso Bonifacio trasmetteva in un’accorata lettera le proprie impressioni su queste problematiche a chi sedeva sul trono di Costantinopoli.
L’intervento dello stato non solo quindi era da ritenersi fondamentale ma assolutamente prioritario per una buona qualità sociale della vita e su questo punto non v’era incongruenza alcuna o commistione tra i due poteri, l’imperatore era il protettore della chiesa, l’impero era cristiano e quindi l’apporto del regnante in questo senso era dovuto come esigenza per il buon fine della disciplina che ottemperava al rapporto tra potere spirituale e temporale.
Gli imperatori del V secolo vivevano ancora in una fase del rapporto non dogmatica, non avevano senza dubbio più lo spirito ubbidiente di un Costantino o di un Teodosio ma nemmeno l’intransigenza di coloro che li seguirono nei due secoli successivi, per questo la lotta non divampò violenta ma s’espresse solamente in termini di ragionamenti.
Del resto se pur debolmente Teodosio II aveva quasi fatto fronte con il papato quando affermava a chiare lettere che nessuno oltre ai vescovi poteva permettersi d’intromettersi nelle faccende ecclesiastiche.
In realtà ciò rimase lettera inascoltata e molti percepirono che lo stesso imperatore fosse da ritenersi a tutti gli effetti, un ecclesiastico, in contrasto evidente con la realtà dei fatti e in connubio con l’assunto che lui vestisse in ogni caso abiti sacrali.
Questo quantomeno era stato evidente nei territori orientali dell’impero da Costantino in poi, mentre il problema non esisteva già da secoli ad occidente ed il perpetrarsi delle invasioni barbariche lo aveva reso ancor più evidente.
Costantino, infatti, era conosciuto anche con l’appellativo di “Vescovo dei Vescovi” dimostrando quanto fu lieve il filo che intrecciava le dispute politiche da quelle teologiche, e questo punto aveva accresciuto girono dopo giorno il concetto istintivo nel monarca che lo portava spesso ad intromettersi, non senza ragione almeno inizialmente nelle faccende ecclesiastiche.
Guardando alle motivazioni di una convocazione conciliare, volute dall'imperatore per richiesta di uno o più vescovi, troviamo di solito l'istanza motivante di trovare l'unità d'intenti tra potere terreno e spirituale.
Ad esempio, quello del 431 di Efeso, famoso per il dibattito sul nestorianesimo, fu in realtà giustificato dall'editto imperiale per "legare intimamente gli affari terreni a quelli della chiesa" e non certo per dibattere sulla tipologia del cristianesimo, cosa che peraltro fu attuata senza tante discussioni.
In altre parole, s'evidenziava come il dibattito in corso era comunemente spostato in maniera tendenziale verso i paradigmi più prossimi al potere statale, e spesso l'imperatore richiamava con severissime lettere i vescovi che cercavano d'opporsi a questo disegno: ricordiamo una lettera proprio durante il concilio esposto più sopra inviata al vescovo Cirillo dove si chiedeva d'essere più ligio alle motivazioni monarchiche.

 

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Bibliografia

 

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