Sindacati ed Associazioni
di Categoria nell’Antica Roma
di Enrico Galavotti
(tratto dal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)
I
"collegi" e i "sodalizi" della Roma antica, formati da
persone associate da comuni funzioni, arti o mestieri, a difesa dei propri
interessi, sotto la protezione d'una divinità
tutelare, erano una sorta di corporazione o, se si preferisce, di sindacato.
Ma
mentre i magistrati e i sacerdoti di ogni livello
erano raggruppati in collegi ch'erano veri e propri uffici statali e non
persone giuridiche, le associazioni più numerose e movimentate furono invece
quelle di mestiere: tessitori, medici, maestri, scultori e pittori, letterati e
attori, flautisti, orefici, carpentieri, tintori, cuoiai, conciatori,
fabbrivasai, fornai, mercanti, battellieri, mulattieri e tanti altri.
Ogni
tipo di associazione civile o religiosa, sottoposta
alla sorveglianza dei censori e tenuta al mutuo soccorso, nominava i propri
amministratori, teneva una cassa comune, alimentata dalle quote dei soci e
regolata da apposite leggi romane, e aveva una propria sede dove riunirsi a
consiglio, specialmente in periodo elettorale.
Queste
associazioni cominciano ad avere vita difficile quando
le contraddizioni sociali della Repubblica diventano così acute da determinare
ad un certo punto la necessità di una svolta autoritaria di tipo
"imperiale".
Nei
primi 225 anni della Repubblica vi furono cinque grandi manifestazioni popolari
che scossero le fondamenta del sistema antagonistico romano, senza però
pervenire a una soluzione veramente democratica.
In
origine le proteste della plebe per la negata soluzione dei problemi socio-economici presero il nome di "secessione":
un autentico sciopero generale consistente in un ritiro in massa dalla città,
accompagnato da un giuramento di reciproco aiuto per tutta la durata della
protesta.
Con
la prima "secessio" del 494 a.C. fu ottenuta la creazione di un
piccolo numero di magistrati popolari: i "tribuni difensori della
plebe", che discutevano provvedimenti da presentare in senato. Poco dopo
l'istituzione fu soppressa.
Le
forze al potere avevano fatto in modo di vanificare l'opera dei tribuni, in
quanto gli organi elettivi davano ai cittadini ricchi un potere elettorale
assai superiore a quello dei non abbienti. Gli stessi candidati al consolato venivano scelti nelle proprie file dai senatori che
esercitavano il controllo sui voti e promuovevano, con grosse somme, corruzione
elettorale e clientelismo.
Da
notare che nonostante le leggi delle XII Tavole consentissero ai "collegi"
di darsi dei regolamenti che non contenessero norme in contrasto col diritto
dello Stato, la classe al potere attuò comunque
arbitrarie e sanguinose repressioni.
Peraltro,
il popolo, costretto a combattere tutte le guerre, in patria era
oppresso e ridotto in schiavitù a causa dei debiti contratti dalle
famiglie per vivere; debiti gravati dall'usura, grossa fonte di reddito per
l'aristocrazia senatoria e il ceto mercantile dei cavalieri.
Non
solo, ma esistevano anche enormi sproporzioni tra i compensi che i generali
elargivano agli alti ufficiali e ai soldati semplici. Dopo la campagna di
Pompeo in Asia, agli alti gradi andarono 4 milioni di sesterzi a testa
(qualcosa come 8 milioni di euro), mentre ai soldati
soltanto 6.000 sesterzi (cioè circa 12.000 euro). (1)
Il sacrificio dei soldati era praticamente divorato dai debiti contratti dai
parenti rimasti in patria.
Dal
III secolo a.C. ogni guerra serviva esclusivamente ad arricchire le classi al
potere e i generali, i quali infatti, non tenuti a rendicontare,
potevano anche vendere i prigionieri ai mercanti di schiavi.
Questo
costante afflusso di manodopera a buon mercato fu un'altra delle cause che
mandò in rovina operai, artigiani e contadini.
Le
proteste popolari venivano generalmente soffocate nel
sangue. Silla, generale arricchito e senza scrupoli, marciò su Roma e
procedette a un massacro senza precedenti, segnando
praticamente la fine virtuale della Repubblica (non a caso eliminò subito il
tribunato della plebe) e riesumando la dittatura sine die.
Contro
i difensori della forza-lavoro si imbastirono trame di
ogni tipo, infangando la loro moralità e quella delle loro famiglie,
considerandoli veri e propri nemici pubblici della patria, della religione,
della libertà e della proprietà privata.
Nel
58 a.C. il tribuno della plebe, Clodio, ristabilì i "collegi", lottò
a favore della libertà di associazione e di decisione
popolare, chiese leggi frumentarie democratiche. Quando
mise sotto controllo la pratica religiosa che dall'osservazione del cielo
rilevava presagi funesti per le assemblee popolari, secondo i desideri del
potere che sfruttava la superstizione popolare, fu subito tentato contro di lui
un attacco per sacrilegio, argomento questo di forte suggestione sulle masse.
Ma la plebe gli restò fedele (per "plebe"
bisogna intendere gli artigiani, gli operai specializzati, i bottegai, i
piccoli commercianti). Clodio riuscì a far passare una legge che condannava
all'esilio chiunque avesse fatto uccidere un cittadino
romano senza la regolare sanzione del popolo. Ne fece le spese Cicerone, che aveva fatto trucidare i seguaci di Catilina.
Ma già un anno dopo, per decreto dei comizi, Cicerone
poté rientrare in patria, pronunciando quattro discorsi contro i clodiani. Poi,
con l'aiuto di Catone Minore, fece in modo che il tribuno Milone, in una rissa
sulla via Appia, uccidesse a tradimento Clodio e
sterminasse altri suoi parenti. Nel 52 Cicerone assunse la difesa di Milone, ma
inutilmente, in quanto la folla lo costrinse a fuggire.
L'astuto
Giulio Cesare si renderà ben presto conto che sarebbe stato
impossibile trasformare la Repubblica in un Impero dittatoriale senza
l'appoggio delle masse. Ecco perché costrinse i ricchi ad assumere una certa
percentuale di uomini liberi, in luogo degli schiavi,
e inviò veterani e civili disoccupati nelle nuove colonie occidentali e
orientali.
Lo
stesso Cesare e poi Augusto riorganizzeranno i "collegi"
restringendone il numero. Marco Aurelio consentirà alle associazioni
l'accettazione di lasciti, e Alessandro Severo darà un certo impulso alle
corporazioni. Con Diocleziano e Costantino i "collegi" diverranno addirittura obbligatori e saranno trasformati in
caste senza uscita.
[1] Qui si suppone che un sesterzio valga circa due
euro