Sparta: storia e istituzioni   Parte II

di Bianca Misitano

 

 

I. Gli organi governativi

La monarchia.

L’apparato governativo di Sparta era caratterizzato da una forte struttura gerarchica, il cui cittadino era votato alla disciplina e all’educazione militare.

A capo della comunità, caso unico fra tutte le poleis greche, non c’era un re, bensì due. L’istituzione della diarchia, sarà infatti quella che di più caratterizzerà il governo spartano, anche perché sarà l’unico caso in cui l’istituzione della regalità durerà fino all’età classica, mentre nelle altre città si passerà a governi oligarchici o democratici costituiti e diretti da magistrati.

La nomina di re durava a vita ed essi potevano provenire esclusivamente dai due ghene degli Agiadi e degli Euripontidi. Inoltre, altra peculiarità spartana, conservavano tutte le caratteristiche dei re greci dell’antichità, ossia l’autorità religiosa, la qualifica di rappresentanti del popolo e, soprattutto, il grado di condottieri dell’esercito in guerra. Sebbene sia proprio quest’ultimo aspetto a prevalere, essi sono gli unici magistrati in tutta la Grecia che inglobano ancora tutti e tre questi poteri.

Fonte per i compiti e le prerogative dei re è lo storico di V secolo Erodoto, che nella sua opera, Storie, riguardante le guerre persiane, ce ne fornisce una descrizione:


Ecco le prerogative assegnate ai re dagli Spartiati: due sacerdozi, di Zeus Spartano e di Zeus Uranio, la facoltà di dichiarare guerra al paese che vogliono, senza che alcuno Spartiata possa opporsi (altrimenti si macchia di sacrilegio). In marcia i re precedono l'esercito e sono gli ultimi a ritirarsi; cento uomini scelti vegliano su di loro nell'esercito […]
Questo in tempo di guerra; veniamo ora ai privilegi del tempo di pace.
Se si fa un sacrificio pubblico, i re si siedono per primi a banchetto […]

Possono designare chi vogliono tra i cittadini come prosseno e scegliersi ciascuno due Pizii; i Pizii hanno l'incarico di consultare l'oracolo di Delfi e sono mantenuti dallo stato assieme ai re […]

Essi devono custodire le profezie oracolari, note anche ai Pizii. Soltanto i re amministrano la giustizia nei seguenti casi: se una figlia risulta unica erede di tutti i beni paterni, e il padre non l'ha promessa a nessuno, decidono chi la sposerà; e decidono anche circa le pubbliche strade; chi poi vuole adottare un figlio, deve farlo alla presenza dei re. Essi prendono parte al consiglio degli anziani, che sono ventotto […]

 

(Erodoto, VI, 56-57)


Grazie all’attenzione di Erodoto non solo per i meri e semplici eventi, ma anche per le usanze ed i costumi delle varie poleis greche come anche per quelli dei popoli “barbari”, oggi disponiamo di questa descrizione abbastanza completa.

Tuttavia il resoconto di Erodoto va ridimensionato. Se originariamente le prerogative del re potessero essere effettivamente queste, nel V secolo, quindi anche nel momento in cui Erodoto scrive, i poteri dei re erano in realtà più limitati. Ma c'è da mettere in evidenza come soprattutto i diritti dei re in fatto di dichiarazioni di guerra dovessero essersi ridotti a semplici privilegi di facciata. Il fatto è che, in età storica, l’autorità monarchica verrà controbilanciata e anche in un certo qual modo osteggiata da quella dei principali magistrati spartani: gli efori. L’aumento progressivo del loro potere corrisponderà al progressivo indebolimento di quello dei re, i quali, in ogni caso, grazie al forte conservatorismo spartano, non verranno comunque mai esautorati totalmente. A dimostrazione del fatto che gli efori si arrogassero, in realtà, alcuni degli antichi privilegi dei re, Senofonte ci rende noto almeno un caso in cui furono proprio essi a dichiarare guerra. Nelle Elleniche 3.2.23 a proposito del rifiuto degli elei di rendere indipendenti le città che avevano conquistato, si dice “Di fronte al rifiuto degli elei […] gli efori dichiararono guerra e richiamarono i soldati”.

Comunque, per quanto riguarda l’influenza religiosa dei re, i riferimenti ai sacerdozi di Zeus Spartano e Zeus Uranio e il fatto che chi osasse entrare nel merito delle decisioni dei re si macchiasse addirittura di “sacrilegio”, ne costituiscono un primo accenno. Laddove nelle altre poleis vengono create delle cariche sacerdotali apposite, al fine di tenere separati i poteri religiosi e quelli civili, a Sparta i supremi comandanti del popolo continuano ad possedere un’aura di divinità. Ma Erodoto procede nel descrivere questo aspetto, facendo riferimento alle figure dei Pizii che Senofonte, nella Costituzione dei Lacedemoni (XV), chiama “compagni di mensa” dei re. In realtà grazie a Erodoto sappiamo che questi “compagni” hanno anch’essi compiti e attributi religiosi ed in virtù di ciò condividano con i re il privilegio di essere mantenuti dalla comunità. Il fatto che essi siano incaricati di consultare l’oracolo di Delfi dava ai re l’occasione di esercitare grande potere politico, interpretando a proprio vantaggio le profezie. Le caratteristiche sacrali dei re provenivano anche dalla loro stessa presunta ascendenza divina. Entrambe le famiglie degli Agiadi e degli Euripontidi si dicevano, infatti, discendenti da Eracle ed è ancora in Senofonte che ne possiamo trovare un riferimento laddove afferma che i re hanno il diritto di celebrare i sacrifici pubblici in qualità di “discendenti dalla divinità”.

Per finire Erodoto, per quanto riguarda il potere giudiziario dei re, mette in evidenza come esso sia limitato a poche questioni. Al termine del brano quindi, viene menzionato il secondo organo di governo spartano: l’assemblea degli anziani o gerousia.


La Gerousia
Questa assemblea era composta da ventotto geronti più i due re, quindi in tutto da trenta membri. In origine doveva essere l’organo consultivo dei re, alla stessa maniera in cui doveva esserlo il senatus romano in età monarchica.

Plutarco ci tramanda l’origine leggendaria di quest’organo, riconducendolo al rientro in Sparta del mitico legislatore Licurgo, dopo i suoi numerosi viaggi per il mondo greco. I geronti, secondo l’autore, furono gli iniziali trenta (o ventotto) compagni che aiutarono Licurgo a riprendere il potere, sconfiggendone gli oppositori. Dopo questa spiegazione, Plutarco si preoccupa di esporci anche le ragioni per cui fu effettivamente istituito il consiglio, sostenendo che ciò fu fatto per equilibrare il potere dei re e il potere del popolo, che altrimenti avrebbero mirato ognuno ad istituire o la tirannide o la democrazia. Secondo Plutarco, insomma, la gerousia avrebbe dovuto fare da ago della bilancia.

Più realisticamente, invece, si può parlare di quest’organo non come arbitro fra due parti ma, semplicemente, come il diretto discendente del consiglio del re, come già detto prima. Esso prima di tutto aveva un compito molto importante, ossia quello di definire e precisare le questioni che si sarebbero poi dovute affrontare nell’assemblea popolare. Questa funzione era, del resto, molto simile a quella “probulematica” esercitata dalla bulè, il “consiglio dei Cinquecento”, ad Atene. Solo che a Sparta la decisione preventiva della gerousia rivestiva più importanza, poiché l’assemblea si sarebbe dovuta attenere strettamente alle sue direttive, laddove, invece, nell’ekklesìa ateniese il probouleuma poteva essere sovvertito abbastanza facilmente.

Quindi il principale elemento di potere politico della gerousia era proprio questo compito che le consentiva di mantenere un certo controllo sulle decisioni dell’assemblea. Inoltre i geronti esercitavano anche il potere giudiziario, soprattutto per quel che riguardava reati penali e capitali.

I componenti della gerousia provenivano perlopiù da una ristretta cerchia di famiglie nobili e si poteva entrare in questa assemblea solo dopo avere compiuto i sessant’anni. La carica di geronte era elettiva, il diritto di eleggere i nuovi membri spettava al popolo, che votava per acclamazione.

Plutarco, nella sua Vita di Licurgo, ci descrive in modo preciso in quale maniera avvenisse questa elezione:


La scelta avveniva così. Riunita l’assemblea, alcuni uomini scelti venivano chiusi in un edificio vicino, da dove non potevano né vedere né essere visti, ma soltanto sentire il clamore dei partecipanti all’assemblea. Come le altre questioni, giudicavano con le grida anche i candidati. Questi non si presentavano all’assemblea tutti insieme, ma ciascuno vi era introdotto e la attraversava secondo l’ordine di sorteggio. Quelli chiusi nell’edificio, forniti di tavolette, annotavano dunque per ognuno l’intensità del clamore, senza sapere a chi veniva indirizzato, ma solo che era il primo, il secondo, il terzo o così via di coloro che venivano introdotti nell’assemblea. Proclamavano eletto colui al quale era stato indirizzato il clamore più intenso e prolungato.


L’eforato
Una magistratura del tutto particolare era rappresentata a Sparta dall’eforato. Essa, innanzitutto, è l’unica che nelle fonti non è attribuita a Licurgo, ma, da alcuni, al re Teopompo. Ancora Plutarco, a proposito, dice infatti: “I primi efori, Elato e i suoi colleghi, furono insediati circa centotrent’anni dopo Licurgo, sotto il regno di Teopompo”. (Vita di Licurgo, 7, 1)

Piuttosto che alla gerousia, spetta a questa carica, semmai, il ruolo di “rivale” del potere dei re. Sull’eforato i giudizi delle nostre fonti sono diversi. Se alcune descrivono gli efori come semplici “controllori” della condotta dei due monarchi, altri, come Aristotele, non esitano a tacciarli di dispotismo.

Ciò che è sicuro è che il collegio dei cinque efori godeva di ampi poteri sia giudiziari, che legislativi che esecutivi. Senofonte, nella Costituzione dei Lacedemoni, così ne parla: “Gli efori hanno dunque il potere di infliggere ammende a chiunque e di esigerne immediata soddisfazione; hanno inoltre l’autorità necessaria per deporre i magistrati in carica, imprigionarli e intentare loro processi capitali. Forti di poteri così estesi, non permettono a chi è stato scelto per ricoprire una carica pubblica di esercitare a suo piacimento il mandato annuale, come succede nelle altre città; anzi, alla stessa stregua dei tiranni e dei giudici delle gare atletiche, infliggono punizioni immediate a chi venga sorpreso a commettere qualche trasgressione”.

Da come si evince i poteri giudiziari degli efori si estendevano anche a compiti che oggi definiremmo di “polizia”, visto che avevano il diritto di multare e punire chi andasse contro la legge. Da questa loro prerogativa derivava la loro funzione di sorvegliare non solo i re e gli altri magistrati, ma tutti gli Spartiati in moltissimi aspetti della loro vita di cittadini, su cui esercitavano un notevole potere. Ancora loro era il diritto di bandire gli stranieri, che un re l’avesse richiesto oppure no. Se sugli Spartiati godevano di una così ampia influenza, ancora maggiore l’avevano sui perieci, nei riguardi dei quali godevano addirittura del diritto di vita o di morte. A dimostrazione del loro potere sui re, Tucidide ci tramanda la notizia che essi potevano imprigionarne uno, qualora lo ritenessero opportuno. Inoltre era davanti al loro collegio che i re dovevano giurare mensilmente ed eloquente è anche il fatto che gli efori fossero gli unici a detenere il diritto di rimanere seduti all’ingresso dei monarchi nei banchetti comunitari.

Il potere degli efori derivava anche dal fatto che il loro collegio era una sorta di “assemblea permanente”. Infatti, la gerousia e l’assemblea popolare non erano riunite in molte occasioni, invece gli efori erano tenuti ad incontrarsi giornalmente. Ciò significava che essi potessero svolgere un’azione politica continuativa.

Il culmine del potere gli efori lo raggiunsero quando Sparta cominciò ad affermare la sua egemonia anche al di fuori dei propri territori. Il controllo delle nuove conquiste comportò la creazione di altre figure, come l’ammiraglio (nauarchos) o i governatori (armostès), che entravano a fare parte del collegio degli efori.

Qualche che sia il giudizio finale riguardo al loro carattere “dispotico” oppure no, l’assieme di tutti questi poteri nelle loro mani fece realmente sì che le prerogative dei re venissero limitate e tutte le nostre fonti ci danno comunque l’idea di un dualismo accentuato fra queste due cariche. Dualismo amplificato anche dal fatto che gli efori venivano eletti dal popolo ed, in quanto tali, venivano visti come rappresentanti di esso e quindi anche garanti dei diritti dei cittadini.


L’assemblea popolare
Infine ulteriore organo di governo di Sparta era l’assemblea popolare, denominata apélla. Discendente, questa, dall’assemblea dei soldati, era composta da tutti gli Spartiati che avessero compiuto i trenta anni. La rhetra, ossia la costituzione di Sparta, prevedeva che essa si riunisse una volta al mese.

Sui suoi poteri ed attributi non c’è molta chiarezza, nel senso che è dubbio quanto davvero l’assemblea riuscisse ad influenzare e modificare le decisioni politiche. Teoricamente essa era chiamata ad esprimere il proprio parere su molte questioni importanti, come l’approvazione delle leggi e l’elezione dei magistrati, gli efori soprattutto. Inoltre gli ambasciatori delle altre poleis erano tenuti ad esprimersi anche di fronte all’assemblea.

In realtà è incerto quanto realmente l’apélla avesse voce in capitolo su queste questioni e si pensa che il suo raggio di azione fosse abbastanza limitato.

In proposito, Plutarco, nella Vita di Licurgo (6, 6-8), dice:

Quando i cittadini si erano radunati, il popolo era sovrano di deliberare sulla proposta presentata dagli anziani e dai re, ma a nessun altro era consentito avanzarne. Tuttavia, poiché in seguito il popolo con emendamenti soppressivi o aggiuntivi distorceva e forzava le proposte originarie, i re Polidoro e Teopompo aggiunsero alla retra questo articolo: “Qualora il popolo parli in modo distorto, gli anziani ed i re tolgano la seduta”, cioè non ratifichino la delibera, ma senz’altro si allontanino e sciolgano l’assemblea del popolo perché essa devia e modifica in peggio la proposta

 

Innanzitutto possiamo osservare, da quanto questa testimonianza dichiara,che fin dall’inizio agli Spartiati riuniti nell’apélla non era concesso avanzare proposte, ciò era diritto che apparteneva solo alle principali magistrature cittadine.

Stando a quanto Plutarco afferma, però, dobbiamo pensare che in un primo tempo l’assemblea avesse avuto un effettivo potere di modificare e correggere le proposte dei re e dei geronti, senza che essi potessero opporvisi. La necessità, infatti, di un aggiungere un articolo come quello citato alla costituzione spartana, risponde evidentemente ad un’esigenza di maggior controllo sull’assemblea, che quindi doveva avere una capacità decisionale sufficiente a preoccupare i magistrati spartani.

Dopo Teopompo e Polidoro, quindi, si ha una notevole riduzione dell’autonomia dell’apélla, tanto che adesso i re e gli anziani possono praticamente permettersi di decidere se tenere in considerazione o meno il volere degli Spartiati. La clausola che riguarda il “parlare in modo distorto”, se Plutarco la riporta in maniera esatta, è, infatti, abbastanza vaga da concedere ai monarchi di sciogliere a proprio piacimento l’assemblea, proclamando di fatto nulla la seduta.

Sulle modalità decisionali dell’assemblea, esse erano probabilmente lontane da quelle del suo corrispettivo ateniese, dove in teoria ognuno poteva prendere la parola ed esporre i propri pareri.

Ancora Plutarco ci da un indizio, nel brano succitato riguardo l’elezione dei geronti, laddove afferma: “Come le altre questioni, giudicavano con le grida anche i candidati”. Di fatto qui ci viene reso noto che l’assemblea aveva un unico modo di esprimere il proprio giudizio, uguale per qualsiasi problema, sia che si trattasse, in questo caso, della scelta dei nuovi geronti, sia che ci fossero in ballo “altre questioni”. Ma da questa frase si può capire altro ed in particolare quale fosse questa maniera di pronunciarsi. Eloquente è infatti la frase “giudicavano con le grida”, il che equivale a dire che l’assemblea procedeva per acclamazione.

Le proposte, quindi, non venivano discusse all’interno dell’apélla, perlomeno non più, se prendiamo per buono il fatto che in origine essa invece dovesse avere una qualche autorità nel rettificare gli emendamenti. Adesso, al contrario, probabilmente non avvenivano discussioni né interventi rilevanti ai fini della definizione dell’azione politica della polis, ma il popolo doveva limitarsi ad approvare o disapprovare una determinata mozione.


Queste le principali istituzioni spartane, ognuna delle quali aveva un suo peso nel funzionamento della vita della città, che costituirono quell’ordinamento che tanto interesse susciterà fra gli autori antichi e che ancora oggi affascina gli storici moderni.

 

(pubblicato anche su SIGNAINFERRE)

 

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