Sulle strade del Medio
Oriente (al tempo di Giustiniano) di Enrico Pantalone
Durante questo viaggio immaginario, ma
basato su d’una realtà indiscussa, tradotta sino ai nostri tempi attraverso
numerosi storici incontreremo personaggi della società che hanno permesso a
loro modo di far crescere l’importanza dell’Impero prima del giro di boa del VI
secolo, unico forse tra gli stati mediterranei ad averla mantenuta colta ed
evoluta al tempo stesso.
Viaggeremo da Costantinopoli alla volta del medio oriente
verso la Siria e l’Egitto, crocevia di molte ed importanti strade di
comunicazione verso l’oriente e man mano incontreremo
personaggi e strutture che ci forniranno importanti indizi per come si svolgeva
la vita socio-economica del tempo all’interno di questo vasto territorio
imperiale e di come fosse strutturata l’urbanizzazione.
L’età a cui rivolgeremo
inizialmente lo sguardo sarà quella classica dell’Impero alla sua massima
estensione, come detto all’inizio, prima delle conquiste arabe ma sicuramente anche
nei secoli successivi la situazione rimase la stessa come assetto
economico-sociale, il cambiamento pesante avverrà dopo l’anno mille con
l’affacciarsi della riconquista cristiana che porterà con sé lo spirito
dell’occidente di stampo francofono modificando molti degli usi e dei costumi
del territorio.
Il viandante, il mercante, il soldato, il monaco che
intraprendevano con spirito di sacrificio la strada
sapevano indubbiamente dei rischi che correvano ma non per questo si lasciavano
intimorire, l’abnegazione era tale spesso che rasentava il pazzesco visto con
la nostra mente.
A proposito di
viaggi, interessante fu quello di due monaci Giovanni Mosca e Sofronio il
Sofista, che nel 587 AD, partirono per un lungo
viaggio attraversando tutto l’Impero, dalla capitale Costantinopoli fino al
deserto Egiziano.
Erano due scrittori e volevano raccogliere tutta la sapienza racchiusa negli
asceti e nelle persone di fede che vivevano da anacoreti ai limiti
dell’impossibile.
Essi sapevano della grande saggezza e cultura che
questi “padri del deserto” racchiudevano nel loro eremitaggio e volevano
provare a descriverne le sensazioni più profonde.
Essi percorsero le strade sabbiose e polverose che partivano dal sud dell’Anatolia, passando per Aleppo, Damasco, Gerico, Libano,
fino al Monastero di Sant’Antonio nell’attuale Egitto
centrale.
Noi cercheremo di
ripercorrere le stesse strade ma confini diversi
ovviamente da quelli che avevano i nostri buoni padri.
Diciamo che si rispettava ancora sulla strada il
sistema romano, con locande per cambio cavalli e sostentamento generale ogni
certo numero di miglia , non crediamo si trattasse di un vero e proprio sistema
statale ma in gestione sicuramente, almeno per le terre sottomesse all'Impero.
Possibile che ci fossero anche piccoli torri con qualche militare nelle
adiacenze per garantire la sicurezza poste in prossimità dei centri maggiori,
potrebbero essere stati anche dei ridotti con una guarnigione risicata ma
sicuramente l’effetto sicurezza era presente.
Purtroppo le cognizioni geografiche e i tempi di percorrenza erano tali che le
marce della gente apparivano dei trasferimenti infernali e
spesso alle viste di una grande città si credeva d'essere arrivati anche
se s’era lontani dalla meta prefissa.
La prima regione
che incontriamo, partendo dalla capitale è ovviamente quella anatolica, per sua natura e conformazione morfologica
considerata collinare-montuosa, in generale formata
da vasti altopiani che variano dai 900 mt. ad ovest
alle altitudini dei massicci confinanti con l’Armenia che toccano e superano i
5000 mt.
Di qui si può
ragionevolmente comprendere che il clima era
decisamente un fattore importante per chiunque si metteva in viaggio lungo le
vie che la percorrevano: le estati calde e soffocanti facevano seguito ad inverni
rigidi e ventosi.
Senza le due
vallate formate dal fiume Eufrate, al centro della regione, difficilmente le
strade sarebbero state costruite e difficilmente i commerci per l’oriente
avrebbero preso il ritmo che tutti noi conosciamo, esse permettono inoltre un
passaggio meno impervio verso la Licia e la Cilicia e quindi verso la Siria e di conseguenza l’accesso
al Mar Mediterraneo.
Appare quindi interessante il colloquio tra un mercante ed un monaco che si
sono incontrati ad Edessa, città storica della
cristianità da cui presero spunto i famosi Acta di
San Taddeo che portano appunto il nome della città e che racchiudono la
corrispondenza apocrifa tra Gesù ed il re Abgar.
“Padre, anche voi
in viaggio verso l’occidente, verso l’Egitto ?”
“Si, figliolo, penso
che potremmo tenerci compagnia lungo la strada che seppur densa di storia e
cose meravigliose da vedere si presente comunque
difficile e piena di pericolo.
Ma noi siamo nelle mani di Dio !”
I due si sono
incontrati visitando la Vasca dei Pesci (in realtà molto
più ampia che un semplice specchio d’acqua) estremamente famosa nel
passato come lo e’ ancora oggi.
I pesci di questa vasca artificiale, sono considerati sacri
dai tempi antichi e soprattutto dai tempi di Abramo
che come sappiamo e’ progenitore sia di degli ebrei, che dei cristiani che dei
musulmani.
Normalmente vi si trovavano delle carpe, pesce di fiume, a
dire di tutti piuttosto fameliche visto che erano
paragonate agli squali per la loro voracità e la convulsione che creavano nello
sguazzare all’interno del bacino.
Diciamo che la leggenda vuole che
Abramo bambino fu scagliato da Nimrod il Cacciatore
in una fornace ma che Dio intervenendo a suo favore trasformò questa fornace in
una vasca di carpe, da qui la sacralità per tutte le religioni comuni al
fondatore.
La carpa è ancora ritenuta sacra da queste parti e lo era
anche al tempo del nostro impero, finchè almeno i cristiani
non scoprirono le sue potenzialità alimentari in una società che certo non
poteva permettersi il lusso di lasciar morire di fame la gente.
Del resto Luciano di Samosata ci
parla in maniera piuttosto schietta del fatto che i popoli del tempo adorassero l’acqua e ritenessero i pesci sacri ed
addomesticabili, gli arabi non fecero altro che seguire questo ataviche leggi.
Nella realtà la vasca fu conosciuta anche per un culto
piuttosto pagano che però resisteva anche al tempo del cristianesimo:
l’auto-evirazione dei sacerdoti.
Infatti proprio nella cittadina i
seguaci di Atargatis ancora nel V secolo usavano
andare in acqua per praticare tale scempio.
Edessa ci mostra il vero carattere
della regione anatolica, rimasta sostanzialmente
ellenica nelle sue strutture basilari, nonostante le diverse etnie che si sono
susseguite sul suo suolo nei vari secoli.
Lasciata Emessa, il nostro simpatico duo s’inoltra per la
regione della Licia, nei territori boscosi e dal verde
lussureggiante che costeggiano la costa di fronte all’isola di Cipro e che
formano una penisola.
Dopo aver
attraversato il versante da nord a sud seguendo antiche strade romane, ripidi
pendii a picco sulla costa come vallate piene di fiori sentieri che si sono
inerpicati ben oltre il 2500 metri, essi trovano ristoro in un piccolo
villaggio, un borgo rurale nella parte meridionale della penisola.
“Caro padre, certo
questo villaggio non è il massimo della comodità per noi abituati a ciò che
abbiamo nella capitale, ma indubbiamente l’essenzialità in questi luoghi è
fonte primaria di benessere e di rigogliosità sociale”
“Caro figliolo, il
verde che sta di fronte e che c’accompagnato lungo una
buon tratto del nostro percorso proviene direttamente da Nostro Signore, la
bellezza del Creato sembra essere dimostrata tutta nelle fiorite valli che
abbiamo visto insieme”
“Padre, voi sapete
che sono un mercante e quindi, con il permesso di Nostro Signore, io ho anche
una mia attività sociale ed economica che mando avanti grazie al Suo aiuto e
alla mia forza di volontà: perché per attraversare questi territori ne serve
tanta, ma passo sempre volentieri qui in Licia, dove vendo bene e trovo gente
decorosa, umile, ma ricca di sentimento e pragmatica.
Vedete le case di
questo villaggio, piccolo, discreto, ma attivo ?
Esse dimostrano
quanta cura la gente metta nella loro manutenzione e
costruzione, molte hanno due piani, il rialzato per permettere al contadino di
non dormire insieme agli animali, cosa importante per il riposo giusto.
Poi, e lo dico da
mercante che apprezza il fatto, il contadino trasforma i beni primari agricoli
e boschivi direttamente presso la sua casa, permettendo così di comprare le
derrate e le sue produzioni a minori che in altri
luoghi, il che da luogo ad una catena economica che permette di non far
lievitare i prezzi: io compro spesso merce d’ottima fattura ed a prezzi
contenuti.”
“Benedetto
figliolo, sempre a pensare al commercio, goditi un po’ la Luce del Signore…
Ma hai ragione, qui evidentemente anche la
gente ha un approccio diverso di fronte alla vita, evidentemente la natura così
bella illumina anche la vita quotidiana.
In ognuno di questi
borghi, avrai notato, ci sono diverse chiese, almeno due in media, e nelle
vicinanze abbiamo notato sempre dei monasteri che fungono da importante centro
di riunione per tutta la popolazione rurale”
“Padre, io devo
fare i conti anche con il tempo che passa e con tutto ciò
che porto con me sia da vendere che da comprare.
A cavallo o a dorso
di mulo posso portare circa 500 kg. di merce per ognuno, ed il passo è di circa
15 leghe al giorno (pari a circa 60 km), direi che
devo far fruttare le mercanzie nei venti giorni che impiego per percorrere un
tratto di 1000 chilometri, più di venti giorni.. moltiplichiamo la lunghezza
del tragitto che dovremo ancora fare verso occidente…..
Io devo vendere
assolutamente la metà della merce che ho portato dalla capitale prima che
s’arrivi in Cilicia e nel contempo
devo ricomprarne altra da rivendere alla tappa successiva.”
Torniamo a noi,
perché dobbiamo comunque essere in grado di capire
anche in che stato era la rete viaria dell'epoca.
Le amministrazioni romane erano le uniche che si curavano di prendere
iniziative per migliorare e curare le strade, spesso il tutto in altri luoghi era
lasciato all'invenzione di qualche persona estemporanea come quando di doveva
innalzare un ponte sospeso su qualche passo o recuperare un sentiero reso
inagibile da frane o eventi atmosferici.
Una cosa era la
strada “militare” larga e curata che se convergeva in quella civile dava la
possibilità di viaggiare in comodità, una cosa era la strada solamente “civile”
spesso al limite della visibilità, mal battuta e mal
organizzata.
Per questo era
importante seguire la logica della strada “militare” fin dove si poteva, cosa
non sempre facile o fattibile.
Comunque le autorità dell'Impero riuscivano in modo
approssimativo ma almeno continuativo a garantire lungo gli itinerari locande
adibite a rifugio notturno e festivo.
Non era molto, ma già qualcosa, da notare, particolare singolare come nelle
locande stesse la domenica (o in giorni di festività) fosse
permesso solamente servire il vino nelle dodici ore che andavano dalle otto del
mattino alle otto di sera.
Le pene sembra fossero abbastanza rilevanti per chi
non seguiva le consegne.
In realtà il nostro buon mercante aveva pienamente ragione a parlare di
pragmatismo della popolazione della Licia, resti archeologici famosi come quelli
del villaggio di Alakilise
dimostrano proprio che ciò ha egli ha descritto risponde a verità.
Le abitazioni del
borgo rurale, ricavate dalla roccia spesso, constavano di almeno due piani,
d’un cortile e di tutta l’attrezzatura per produrre vino, quindi anche
l’immancabile torchio con un cisterna per
immagazzinare la produzione.
Data l’ottima
posizione collinare adiacente ai massicci della penisola, il vino risultava
essere di pregevole fattura e molto richiesto, quindi ogni famiglia
d’agricoltori s’era industriata per produrre direttamente la bevanda ed anche
venderla ovviamente.
Il nostro viaggio
prosegue verso un’altra delle zone “storiche “ per eccellenza dell’Impero, la Cilicia, che come sappiamo a dato i natali anche ad uno dei
padri della Chiesa Cristiana, Paolo di Tarso, città principale di questa
regione.
La conformazione
del territorio è abbastanza irregolare e soprattutto divisa in zona montana
chiamata Trachea (o Cilicia Aspra) che fa il verso
all’occidente ed una zona pianeggiante detta Pedias
(o Cilicia Piana) che si volge ad oriente verso
l’estensione iranica.
Li ritroviamo a
discutere sul secondo tratto di strada fatto che li ha visti passare dapprima
attraverso la pianura orientale e poi le zone collinari occidentali prima di
giungere sulla costa.
Insieme a loro s’è
unito un viandante, uno dei tanti che percorrono giornalmente questa via di
comunicazione.
“Mio buon Padre,
abbiamo con noi un nuovo amico per discutere sull’impressioni
del nostro viaggio ora, una persona che a m io giudizio sa molto di come si
vive da queste parti..”
“Indubbiamente mio
buon mercante, credo abbia cose interessanti da dire..”
“Grazie a voi tutti
dell’accoglienza, ci tengo a dire che non sono un uomo
che vive alle spalle d’altri, ho una spada, so difendermi, ho pochi soldi,
lavoro se necessario per mantenermi, ma mai ho compiuto atti spregevoli o
contro la volontà di Dio.
Se è caso difendo
chi non può farlo, la mia famiglia originaria della zona orientale della Cilicia, ricca e famosa un tempo, dopo le ultime guerre ha
avuto dei notevoli dissesti finanziari ed abbiamo dovuto mettere all’incanto i
nostri campi ed averi, così per vivere, sono costretto a fare continuamente
questa rotta da oriente ad occidente per poter sperare di raggranellare
qualcosa, ma non sarei mai capace d’uccidere o di rubare per danaro,
per pochi soldi potrei farvi da guida, conosco zone sconosciute ai più e credo
questo vi serva”
Potremmo dirigersi
domattina verso Karakabakli, all’interno, resterete
estasiati dal vedere quali meravigliose costruzioni questa gente è stata capace
di fare, qui un possidente è paragonato ad un re per ricchezza ed un contadino
ad un nobile per le fattezze architettoniche e per i buoni guadagni: magari
potessi fermarmi anch’io in quel luogo.”
“Si,
li conosco le cittadine come quella che hai menzionato tu mio buon viandante,
si chiamano komai se non sbaglio e i realtà sono più
che altro dei grossi agglomerati di case, ma sono consapevole che una visita
guidata da te sarà per il mio commercio un buon frutto e quindi eccoti alcuni
soldi, domani ci scorterai verso i lidi promessi.”
“Tra l’altro questo
tipo di borgo è presente in maniera capillare sul territorio, si parla di
almeno 700 insediamenti in poco più di 150 chilometri d’estensione”
“Vedo che non
perdete tempo a parlare d’economia, di merci e di aspetti
amministrativi, ma non dimenticate che siamo nella culla di Paolo, uno di Padri
di Nostra Madre Chiesa ? Dimenticate forse che San Simeone ha vissuto a Deir Sem’an e che questa è anche
terra di pellegrinaggio ?”
“No, mio buon
Padre, non lo dimentico e per le monete che m’avete dato vi porterò sino all’Ospizio
che fu la sua dimora”
“Di Chiese comunque Padre ve ne sono moltissime e noi ne abbiamo viste
passando e scendendo dalla Licia, è evidente che la presenza di Cristo rimane
primaria in questi luoghi.”
“Ed
è un bene che sia così figliolo”
Come raccontava il viandante armato nei
territori cilici, sono stati rinvenuti una serie di villaggi rurali
detti anche Komai, in genere in ottimo stato e
relativamente studiabili.
Si tratta ovviamente di piccoli borghi, in genere formati da poche case ed una
chiesa, visto anche la loro lontananza da mare, con strade che li percorrono
appena accennate e spesso irriconoscibili.
Al contrario la chiesa erge sempre ben visibile ed appare quantomeno strano che
vi si trovino spesso più edifici religiosi che civili: molto probabile che si
potesse trattare di possedimenti ecclesiastici con annesse coltivazioni per una
popolazione limitata.
La popolazione non doveva essere perciò numerosa e lo si
vede anche dai cimiteri di proporzioni molto ridotti mentre per quanto riguarda
la struttura della casa media di quei territori, i ritrovamenti ne parlano
abbastanza chiaramente: normalmente (e vale anche per quelle popolari) in
pietra, tranne che per le travature (in legno) ed il pavimento (idem).
Tra l'altro il particolare importante è che sono a due o addirittura (in alcuni
casi) a tre piani il che ovviamente escluderebbe a priori per l'epoca
l'utilizzo di materiali friabili.
Importanti anche le grandi finestre (altro particolare che fa propendere per la
pietra) che davano luce all'ambiente: un borgo di questi è appunto Karakabakli ed è noto per l'agiatezza della gente che ivi
viveva, il che ci fa propendere per l’alto livello di vita raggiunto già nel corso
dell’alto medioevo.
Le stesse chiese risultano indubbiamente più ricche e decorate rispetto a
quelle dei territori più a nord, è chiaro che le decime versate risultano
essere molto più pesanti e quindi danno modo d’abbellire notevolmente la
struttura architettonica: chiaro che la ricchezza materiale incide in maniera
preponderante in questo caso.
Ora, non
dimentichiamo che nel corso del VI secolo l’impostazione
agricola dei territori mediterranei e quindi a maggior ragione di quelli che
stiamo analizzando risultava essere composta essenzialmente da una triade di
produzione: grano, olio e vino.
In questo senso
dobbiamo vedere le costruzioni delle abitazioni, dei borghi e lo sfruttamento basilare di ciò che
offriva la natura in queste regioni peraltro estremamente fortunate sotto
questo punto di vista.
Ovviamente man mano
che ci s’inoltra attraverso le zone collinari e poi montuose dell’interno
l’ulivo e la vite sostituiscono gradatamente la cultura del cereale che resta
ovviamente soprattutto incentrata nelle lussureggianti pianure e nelle vallate
a gradini tipiche del territorio.
Il problema
principale di queste regioni sembra essere solamente il rifornimento continuo
d’acqua, vista la mancanza di sorgenti in loco che ne potrebbero limitare il
rigoglio.
Ma le autorità si
sono ovviamente industriate e lungi dal farsi prendere dal panico hanno
adottato diverse opzioni, tutte egualmente importanti
e preziose.
La più classica è
ovviamente quella di costruzioni di speciali dighe o sbarramenti che contengano l’acqua piovana e l’acqua delle piene periodiche
dei fiumi circostanti: metodo interessante che permette il rilascio limitato e
programmato in modo che essa giunga nel momento desiderato a bagnare gli
assetati campi.
Tuttavia questo è
un metodo che può essere utile soprattutto nelle zone semi-desertiche dove il
problema è più grave e dove obiettivamente l’utilizzo deve essere controllato
strettamente per evitare perdite inutili del prezioso liquido.
Sostanzialmente
questo metodo può assomigliare più alla formazione d’un laghetto o d’una bacino lacustre più che ad un corso d’acqua vero e
proprio, da cui canalizzazioni portino il liquido verso le coltivazioni.
Dove la pioggia o
l’acqua risultano più abbondanti e dove le sorgenti
sotterranee sono più facilmente reperibili l’utilizzo di tunnel sotterranei,
antesignani delle nostre moderne condotte idriche sono praticati maggiormente
anche se il fine è praticamente lo stesso di quello precedente, la formazione
di un chiaro luogo dove poter attingere senza problemi.
Luogo che può
essere anche un ritrovo per viandanti, monaci e mercanti come i nostri amici
che ritroviamo stanchi, ma felice proprio in un oasi
della Siria interna a raccontare ancora qualche impressione sul loro viaggio.
“Quindi
dobbiamo supporre che il sistema idrico utilizzato in questo territorio sia uno
dei due che abbiamo incontrato portandoci nella zona in cui ora siamo ?”
“Beh, in realtà
esiste anche un altro sistema verso il Negev e l’Hauran, che è quello che canalizza l’acqua direttamente
dalle sorgenti e scorre in senso obliquo, ma può essere eseguito solamente
dall’alto verso il basso, cioè lo scorrimento
dell’acqua deve avvenire da una sorgente montuosa in direzione della valle
sottostante, quindi s’abbisogna d’un particolare territorio”
“Com’è che sapete
tutte queste cose, eppure sei un avventuriero, perdonami figliolo, non in senso
dispregiativo, ho avuto modo d’apprezzare la tua etica e la tua sapienza, ma di fatto non hai una fissa dimora né una famiglia”
“Padre, ho dovuto
abbandonare la mia famiglia impoverita, ma ho dei
sentimenti e la voglia di conoscere a fondo tutto, è la cultura che ho imparato
dai miei maestri, è la cultura di questo Impero che me lo impone.
Conosco tanti
particolari perché ovunque vado mi trovo sempre a discorrere piacevolmente con
altre persone, come voi ad esempio, che mi possono arricchire intellettualmente
e di mio ci metto tutta la mia buona volontà
nell’apprendere.
Comprendere bene i
segreti del territorio che ci circonda è importante perché da dei vantaggi nel vivere
una vita da apolide come la mia.”
“E se io t’offrissi
di proteggere delle carovane che dovranno seguire queste vie, t’andrebbe,
sarebbe un lavoro sicuro, metteresti tutta la tua esperienza al servizio della
gente, come me, che fatica
difendersi e non conosce bene le insidie del territorio”
“Ne possiamo
parlare mercante, quello che offri sembra molto allettante, ma ora godiamoci in
pace quest’oasi, domani torneremo
verso la costa e poi ne riparleremo con calma.”
“Sapete figlioli, questi
luoghi mi ricordano che tanti miei fratelli sono
venuti nel passato ed ancora oggi a fare esercizi spirituali vicini a tutto ciò
che li poteva e li può portare in corrispondenza degli ideali più alti
dell’espressione cristiana.
Forse per questo essi hanno una lunga vita e superano sempre la
sessantina agevolmente, spesso muoiono da un giorno all’altro senza una seria
motivazione, senza intoppi che pregiudichino la salute, cose se si esaurisse la
vita al pari d’un fiammifero insomma.
Probabilmente sono preda di febbri e malattie anche loro, ma
vivendo quasi in simbiosi con la natura ne traggono i benefici d’una vita semplice e morigerata superandole agevolmente.
Sia che vivano nei deserti o nei
conventi in cima a monti pressoché inaccessibili, la loro vita non da alito a nessun
mutamento e questo permette loro di vincere necessità secondarie che poi
influiscono sulla lunghezza della vita stessa.
Scusate questa divagazione spirituale, ma ne sentivo la necessità”.
Il nostro mercante,
il nostro monaco ed il nostro avventuriero giungono poi, scendendo sulla costa, proprio in una delle
più grandi e famose città della zona, città dal cuore battente, culturalmente
avanzata ed economicamente prospera dai continui traffici da e per il
Mediterraneo pur nel momento storico non certo esaltante per questo tipo di
struttura: Antiochia, città ricostruita da
Giustiniano dopo esser stata distrutta da Cosroe I. e sede di una delle più antiche comunità cristiane di cui
come tutti sanno abbiamo notizie attraverso gli Atti degli Apostoli.
La città fu d’importanza capitale nella storia del
cristianesimo perché fu proprio qui che per la prima volta gli adepti della
nuova fede vennero chiamati Cristiani e storicamente
il Vescovo d’Antiochia fu considerato superiore a
tutti gli altri vescovi dell’Impero, autorità che gli venne riconosciuta dal
Concilio di Nicea ed a sua volta fu sede di ben dieci Concili che si tennero
tra il 252 ed il 380 AD.
Estremamente importante per quanto
ci riguarda fu la scuola della città fondata da Luciano di Samosata
che divenne nella realtà un grande movimento culturale esegetico che spesso, purtroppo cadde nella
spirale dell’eresia (di Ario) e fu oggetto di dispute terribili tra ortodossi e
cattolici: i maggiori messaggi della scuola furono quelli relativi
all’interpretazione della Scrittura, partendo da Origene, secondo l’esame storico-grammaticale
del contesto.
“Questa città ha conosciuto spesso l’ira d’Iddio, i
terremoti che l’hanno colpita sono stati molto drammatici, ma la forza ed il
coraggio di questa gente ha dato il là ad una ricostruzione esemplare
nell’insieme urbanistico”
“Vero padre, e Giustiniano ha ridato splendore ed importanza
anche dal punto di vista economico alla zone che aveva
attraversato momenti di buia depressione, lo si vede anche dalla quantità di
merci che si muovono e dalla varietà, non
dimentichiamo che da qui inizia la strada diretta che porta ad Alessandria
d’Egitto e quella che va verso l’oriente: un crocevia d’importanza sociale ed
economica estremo”
Verissima
l’affermazione del mercante, Antiochia sin
dall’antichità ha rappresentato uno snodo importantissimo per i commerci da e
per l’oriente e l’occidente.
Il suo porto
accoglieva le merci proveniente da oltre Mediterraneo
e le faceva convergere sulle direttrici delle vallate mesopotaniche
e verso gli altopiani iranici e da lì verso i territori indiani ovviamente in
forma d’interscambio, ma al tempo stesso forniva eguale servigio verso i
territori della penisola araba e soprattutto verso quelli africano tramite la
via di comunicazione costiera che l’univa appunto all’Egitto ed all’altro
grande porto mediterraneo:Alessandria.
Dalle splendore di Antiochia i tre viandanti fanno ritorno verso l’interno
siriano passando ovviamente per i territori del meridione che a differenza di
quello settentrionale ricordano maggiormente l’impostazione che hanno trovato
in Licia e salendo in altitudine, lambendo le zone del grande deserto arabo.
Queste terre, più vicine agli insediamenti militari che
determinano maggiormente anche il potere amministrativo imperiale, il catasto risulta presente in maniera efficace determinando di
conseguenza un’urbanistica più dinamica e concreta, evita il proliferare di un
grande latifondo e svolge l’attività di coordinatore per la vita sociale.
Il contadino così come in Licia diventa anche venditore
diretto oltre che produttore determinando di fatto il
crearsi di comunità dove le abitazioni sono al tempo stesso piccole industrie
di trasformazione.
Come detto in precedenza dall’avventuriero/viandante/guida
qui i villaggi si sono formati spesso nelle vicinanze di bacini lacustri, oasi
o vicino alle condotte d’acqua oblique e questa è una differenza sostanziale
rispetto ai territori della Licia che invece
beneficiano solamente dei corsi d’acqua sorgivi.
Del resto un’altra differenza molto marcata è nel tipo di
costruzione che i tre trovano sulla loro strada, infatti
le abitazioni sono per lo più edificate con la pietra (basalto soprattutto) che
sostituisce in tutto il legno scarso in queste zone a differenza del nord,
pietra che invece, essendo la regione nelle vicinanze delle alture meridionali
siriane risulta facilmente reperibile.
“Decisamente questa non è una
regione che fa per me”
“Certo un mercante non armato non deve sentirsi al sicuro in
mezzo a queste gole che devono essere il rifugio di tanti banditi e predoni che
si trovano nella regione, purtroppo questo è un antico problema, lo sapete, sin
dai tempi dei primi imperatori romani, che avevano il propri
daffare nel cautelarsi militarmente, e questo è un motivo per cui ancora
oggi troviamo diversi ridotti che proteggono la zona, poi anche le case dei
borghi, se notate sono costruite una vicino all’altra proprio per evitare
dispersione e per creare più problemi alle bande armate che di tanto in tanto
le attaccano”
“Ho notato spesso la mancanza totale di Mura che cingano le città dell’interno sia a nord che qui a sud, non
sarebbe meglio che si costruissero tali difese ?”
“Dovete considerare che già di per sé
stessi i muri delle case sono di pietra e molto resistenti, l’ammasso delle
stesse una di seguito all’altra praticamente costruisce una sorta di muraglia
perimetrale che aiuta nella difesa, una secondo muro, non risolverebbe la
situazione comunque e creerebbe l’impressione di paura: questa gente in effetti
convive con la banditaglia da secoli e non sembra
affatto intimorita, spesso non serve nemmeno l’aiuto di soldati per mandare in
fuga i predoni”
“Figlioli, questa gente ha indubbiamente tanta fede in Dio e
sa che Egli li protegge, noto fra l’altro che la gente è molto unita, contadini, cittadini e proprietari terrieri si
sentono fratelli e si proteggono l’un l’altro”
“Padre, probabilmente qui non vi sono nobili simili a quelli
d’altre parti dell’Impero, anche chi è proprietario terriero non può che
basarsi sulla comunità per difendere i propri averi, dato che non sempre i
militari sono in grado d’intervenire con efficacia”
“Si questo è vero, un esempio
edificante quello di questa urbanistica rurale”
Quello che i nostri amici vogliono dire è sommariamente che
i borghi di queste zone che abbiamo fino esplorato
sono in realtà delle macrostrutture perfettamente organizzate e capaci di
sostenere da sole ogni tipo di problematica, la caratteristica propria di
questi agglomerati passa sotto il nome di metrocomiae
oppure sotto il detto komai megalai kai magistai, riscontrabile solo
all’interno dell’Impero.
Tra l’altro ognuno di questi agglomerati ha una sua tipica
funzione economica e sociale, due komai vicini non
produrranno mai vino e vino, ma olio e vino per
esempio.
In questa chiave è difficile ritrovare nel cittadino gli
stessi tratti del suo omonimo della capitale per esempio o di quello occidentale, in quantiche egli ha dei precisi doveri
all’interno della comunità da cui non può derogare mai.
Egli non può avventurarsi in avventure economiche che non garantiscano la comunità, deve sottostare a dei regimi
forzati, non che questo lo metta in difficoltà, tutt’altro,
ma sicuramente non gli permettono d’effettuare le stesse transazioni che compie
il nostro amico mercante e normalmente tutti i cittadini sono bene o male
obbligati a servire l’amministrazione provinciale se sanno leggere e scrivere
oppure come esattori, il che magari non è esattamente una vocazione…
Durante la strada all’altezza di un piccolo caposaldo, una
guarnigione composta da poche decine di soldati, i tre
viandanti vengono chiamati da uno d’essi che salito velocemente a cavallo li
affianca ponendosi al loro passo.
“Se permettete munisco a voi, credo che stiate andando verso
la costa, ed un arma in più fa sempre comodo visto
anche la mercanzia che porta il mercante”
“Nessun problema amico, ma vi avverto che qui tra di noi si parla molto e si discute di tutto ciò che
riguarda l’Impero, sia dal punto di vista religioso, che militare , che
economico, che sociale quindi preparatevi anche voi”
“Di certo Padre io non mi tirerò indietro”
Ed un militare è proprio quello che
ci vuole per verificare tutto quanto s’è detto tra i tre nelle precedenti
circostanze.
Infatti chi meglio di lui può
conoscere a fondo la vita sociale dei territori in cui è stato trasferito per
svolgere il suo quotidiano lavoro al servizio della gente.
Il soldato nell’Impero riveste d’una
luce tutta particolare, specialmente per chi come il nostro accompagnatore è
anche un komes, quindi un capitano, un ufficiale che
oltre a doversi occupare di strategia deve anche fare i conti normalmente con i
problemi amministrativi ed in qualche modo supplire alla magistratura nel
dirigere la giustizia laddove diventa impossibile utilizzare tale forza
giuridica.
Egli sta scendendo sulla costa perché richiamato dal suo moirarches che deve impartire degli ordini verbali
trasmessi dallo strategos che riguardavano la
coscrizione obbligatoria delle campagne circostanti la sua zona di competenza e
che spesso era disattesa lasciando delle lacune nella formazione dei moiron locali.
In questo caso poi deve recuperare anche il denaro per
pagare i suoi soldati del ridotto, visto che oramai è primavera
inoltrata e non ancora s’è ricevuto il dovuto, poi deve provvedere agli
approvvigionamenti di carne secca e lardo, alimenti indispensabili per chi
stava lontano dalla città per diverso tempo.
Ovviamente non poteva mancare la scelta del vino, anche se
questo poteva essere acquistato in loco visto l’abbondante produzione che
normalmente la regione metteva a disposizione.
Proprio la conoscenza del territorio e la conoscenza sociale
della gente permetteva al soldato di essere
considerato ancor prima che un difensore un amico fidato e spesso questo
portava dei presupposti per un lancio in politica dei militari che spesso aveva
successo, soprattutto nella capitale.
Un komes non doveva essere per forza colto, ma le letture di strategia e computo
militare erano d’obbligo per cui, visto il tempo, ognuno di loro doveva saper
leggere molto bene e scrivere altrettanto: di conseguenza rispetto ai militari
occidentali, il bizantino risultava certamente più cosciente del lavoro che
stava facendo e della sua importanza nella società.
Seguendo l’itinerario prestabilito eccoli
giungere finalmente a Sidone, città simbolo del
commercio marino e terrestre, città che il nostro amico mercante conosce bene
per aver avuto già numerosi rapporti con i suoi colleghi ivi stabiliti.
Normalmente egli viaggia via mare come tutti i mercanti
bizantini che hanno rapporti sulle città marinare, visto oltretutto che i costi
sono decisamente più bassi e di sicuro meno pericoli
si presentano per chi intraprende la lunga strada.
Così ovviamente sarà lui questa volta a far da Cicerone ai
suoi co-viaggiatori e potrà farlo con perizia e dovuta
intelligenza, visto che da questo porto partono diversi tipi di mercanzie.
Analizzarle tutte non sarebbe
possibile perché il viaggio dovrà riprenderle ma spiegare il lavoro giornaliero
di chi attende alle navi ed ai magazzini delle derrate o delle merci preziose
lo faranno sentire sicuramente importante e la conoscenza servirà anche a chi
ascolterà.
Il VI secolo rappresenta per gli scambi mercantili ed
artistici sicuramente un secolo importante e degno di grande
menzione, si parla apertamente già allora di trasferimenti di chiese in blocchi
via mare attraverso il Mediterraneo cosa monumentale per l’epoca oltre che il
normale trasporto di laterizi, vetri e ceramiche che occupava la stiva di quasi
tutte le navi, visto che le terre del medio oriente ne erano una fabbrica
continua e con eccezionali risultati artistici.
In special modo la “artifes vitri” di Sidone era ed è nota
per la grandissima qualità del vetro prodotto fin dai tempi di Plinio il
Vecchio che narra appunto la storia di alcuni marinai
che arenatasi la nave su cui viaggiavano tra il Mediterraneo ed la foce del
fiume Belo, decisero di sbarcare sulla terraferma portando con loro alcuni
blocchi di nitro che trasportavano.
Essi li utilizzarono per appoggiare il vasellame e scaldare
il povero cibo che avevano con loro: con grande
meraviglia constatarono che parte di questa pietra scaldata schiariva, infine
si solidificava per raffreddamento, acquisiva lucentezza e poteva essere
riutilizzata.
Tutto sommato questa leggenda non
ha gran che fondamento storico reale ma per secoli ed al tempo dei nostri amici
sicuramente, si credeva che Sidone fosse stata la
culla del vetro e come tale i suoi manufatti erano apprezzati ovunque.
Il mercante sta ora facendo visitare gli interni di una nave
ad uso civile tipo che è condotta da un suo valente amico.
“Vedete amici miei, qui all’interno tra la
cucine e la stiva si possono trovare sino ad un migliaio tra anfore e
vasellame, tutte ben immagazzinate e posizionate in modo che nulla venga rotto.
Più in là potete ammirare le lucerne di cui queste zone e
quelle africane vanno tanto famose in fatto di produzione”
“Figliolo, questi mirabili artisti e cesellatori producono
mi sembra anche oggetti di metallo che servono nella liturgia normalmente,
sarebbe interessante vedere qualche nave che trasporta questa merce se
possibile”
“Padre, chiederò al capitano della nave mio buon amico se in
porta c’è qualcuno che trasporta questa oggettistica”
“L’importanza del commercio del vasellame di ceramica o di
metallo e delle pietre marmoree è basilare per
comprendere appieno la funzionalità e la ricchezza di una stato, infatti dal
rapporto di produzione e di vendita effettuata è possibile ragionare anche in
termini di produzione primaria, cioè agricola.
Se la vendita di una materia secondaria è in crescita,
significa che anche i fabbisogni alimentari saranno richiesti maggiormente e
questo fa si che si muova tutta l’organizzazione che
fa capo all’amministrazione statale ed alle prefetture provinciali che ne
devono valutare i flussi”
“Conseguentemente vi sarà anche un aumento delle imposte sul
manufatto e mi toccherà andare in giro con i miei soldati per smuovere chi è
recalcitrante a pagare…”
E alla battuta del komes tutti scoppiarono a ridere….si
è davvero una bella compagnia, la città fenicia poi è di quelle che attirano
gli uomini soli…indubbiamente.
Ovviamente non c’inoltreremo negli spazi del diritto doganale ma forniremo solo alcune particolarità che erano comuni nel medioevo a quasi tutti gli
stati all’impero.
I romani e quindi anche l’impero d’oriente appaltavano ai pubblicani l’onere di riscuotere il dazio
nella forma di un ottavo del valore delle merci e questo non era di per sé un
principio errato perché univa un normale versamento alle casse erariali senza
ostacolarne il transito e quindi il libero mercato.
Quindi si decise che a pagare il tributo o il dazio fosse
solamente la merce oggetto d’un affare commerciale mentre
al contrario i beni di primaria importanza ne erano esentati o pagavano spesso
una cifra simbolica.
Insomma, s’iniziava ad intravedere quella politica di stampo
protezionista che sarà il fulcro dell’economia tipica
del medioevo centrale soprattutto in Italia.
Resta definito che è ancora comunque
un’applicazione di stampo fiscale anche se non sempre si può riconoscere questo
e spesso si è portati a pensare a misure di tipo conservativo.
Non dobbiamo dimenticare che un fattore importante era la
liquidità che uno stato doveva avere sempre per finanziare un esercito o un
problema di carattere sociale .
Tornando al discorso instaurato dai nostri simpatici
interlocutori, la nave da loro visitata non doveva essere di grande
tonnellaggio, infatti non erano ancora in uso i grandi bacini, i porti che
seguiranno da li a qualche secolo, l’ormeggio era ancora limitato proprio dalla
stazza della nave perché in caso di tempesta potesse essere tirato in secca
rapidamente.
Sidone, come Tiro, pur essendo un centro
commerciale molto importante basava il suo sistema su navi medie che potevano
percorrere rapidamente i mari e le distanze portando probabilmente un solo tipo
di manufatto o due al massimo.
I magazzini dove si stivava la merce in
attesa d’imbarco assumevano l’aspetto di vere e proprie piccole cittadine
perché oltre al lay-out merceologico v’era presente e fortemente anche quello
ad uso umano, con taverna, locanda e postribolo annessi.
Il fondaco rappresentava quindi un sistema di scambi sociali
molto importante perché il conoscersi perfettamente significava anche conoscere
la merce che si comprava o vendeva, e spesso come sappiamo
all’epoca la fiducia reciproca era la prima garanzia per una buona riuscita
delle affare economico.
Non essendoci più lo stato in prima persona a garantire
l’esecuzione e la trattativa se non, come abbiamo visto, per riscuotere
l’imposta sull’affare effettuato, sono gli individui che si garantiscono a
vicenda traendo esperienza dalle proprie vicende umane e dalle proprie
conoscenze che si può affermare senza merito di
smentita, erano buone per l’epoca, certo decisamente superiori alla media
dell’opposta costa Mediterranea.
Si è parlato di postriboli, non possiamo non menzionare,
seppur senza piacere, questi luoghi dove le meretrici giacevano al
soddisfacimento lascivo del viandante o del marinaio per qualche soldo (non
inteso certo come moneta giustinianea il che sarebbe decisamente troppo….), per qualche spicciolo meglio dire.
Il peccato carnale, dal punto di vista bizantino era per
natura giuridica il più pericoloso, secondo solo all’omicidio nell’ottica della repressione, giacchè
la Chiesa all’unisono si scagliava contro d’esso.
Certo, era tollerato, ma non si doveva abusare di ciò più
del dovuto, specialmente se chi usufruiva di questo “servizio” era sposato: e
qui ovviamente si sprecheranno oltre che le pene appropriate anche tutto il
solido e ben argomentato tormentone di non poter più giacere con la propria
moglie, di doversi mortificare pesantemente ogni giorno e via dicendo, pratica
sicuramente attuata a parole ma non nei fatti.
Al più qualche giornata di pane ed
acqua bastavano a lenire il dolore della coniuge.
“Padre, so che non approvate ciò che noi stiamo per fare, ma
tenete presente che siamo uomini, non facciamo nulla di male e paghiamo bene i
servigi della ragazza, io sono militare, passo con i miei uomini settimane
senza vedere una donna lassù nei ridotti, non so come facevano a resistere i
padri che vivevano nel deserto, ma so che dovevano avere una grandissima forza
mentale per resistere ad ogni tentazione”
“Mia moglie lo sa, del resto io sto lontano da casa per mesi per i miei commerci, ma ho sempre fatto il
mio dovere di coniuge e ci vogliamo bene, ci rispettiamo”
“Figlioli, non aspetterete da me la benedizione per l’atto
che state per compiere m’auguro. Che Iddio possa farvi
capire che state sbagliando perseguendo questa strada, ma avendovi conosciuto
so che siete persone serie per cui ritengo che la
vostra sia solo mancanza di volontà nel perseguire la purezza dell’amore.
Io starò qui a pregare per le vostre anime”
Il mattino seguente si riparte per la meta finale del
viaggio, Alessandria d’Egitto, ma il komes ha già
terminato il suo viaggio, si recherà al suo quartier
generale per il disbrigo di tutte le faccende per cui
è disceso sullo costa, un saluto militare ai tre che continueranno la strada e
poi s’eclissa attraverso la città rapidamente.
Del resto la vita militare d’un komes
è questa: tanto sacrificio specialmente in queste terre di confine e poco
spazio ad amicizie e relazioni, una figura tipica la sua nel
quadro dell’elemento sociale dell’Impero.
Ma prima d’arrivare ad Alessandria c’è da superare la
penisola del Sinai, il suo deserto, attraversare il Mar Rosso, la strada quindi
seppur pianeggiante e decisamente sorvegliata da
militari lungo tutto il suo scorrere resta sempre non certo agevole.
La marcia prosegue senza soste ed i tre trascorrono diverse
giornate sul percorso verso l’Egitto, la morfologia sabbiosa, ma a tratti dolce
della pianura indubbiamente mette la voglia di camminare con grande
alacrità.
Purtroppo per loro un’accozzaglia di banditi, presenti in
buon numero sulla strada nonostante il gran daffare dei militari che
pattugliano la zona della penisola, attacca i nostri malcapitati viandanti che
marcia insieme ad una carovana che fa la spola proprio
verso Alessandria da Sidone.
Questi predoni vengono dall’interno, dalle zone delle terre
arabe e si spostano in maniera molto veloce rendendo spesso vane le ricerche
delle truppe imperiali mandate per debellare il problema.
Poi, non dobbiamo dimenticare che in seguito alla grande peste del 543, alla carestia susseguita in queste
zone, molti si sono dati all’unica risorsa possibile: il banditismo.
Quindi le bande sono pericolosissime, perché difficilmente
lasciano vivi chi capita nelle loro mani, non si limitano a depredare, ma
uccidono senza pensare molto a ciò che fanno, i loro appartenenti sanno che se vengono catturati la pena capitale sarà la loro condanna e
quindi danno sfogo ai loro istinti peggiori.
La situazione non è delle migliori,
il monaco prega, il mercante inaspettatamente estrae una spada nascosta ed
inizia a combattere insieme all’avventuriero ed agli altri della carovana.
“Non sapevo che sapessi combattere,
mercante”
“Bisogna essere preparati a tutto, sono un uomo tranquillo,
ma so qual è il mio dovere, difendo i miei interessi,
e se non sono un bravo come te ad usare la spada, stai tranquillo che qualcuno
ne spedirò davanti al tribunale di Dio”
La lotta è dura, ma i carovanieri resistono, hanno tutti
delle armi, alcuni vengono uccisi, altri uccidono i
predoni: è la legge atavica di queste vie di comunicazione.
L’avventuriero vede che due predoni s’avventano sul monaco
amico con cui ha condiviso la strada lungamente e con cui ha avuto modo di
discorrere a lungo sui problemi della vita di tutti i
giorni, immediatamente si getta nella sua difesa ed uccide uno dei due predoni,
ma l’altro inevitabilmente lo colpisce a morte, poi scappa richiamato dalle
urla dei suoi che si ritirano sconfitti, anche perché di lontano una pattuglia militare
imperiale vedendo fumo e sentendo le grida s’è gettata di tutta lena per
soccorrere la carovana.
Ora l’avventuriero è a terra, morente,
vicino a lui ci sono il monaco ed il mercante.
“Padre, amico mercante, non ho
nessuno a cui lasciare detto qualcosa ora che sto per affrontare il Tribunale
di Dio, vorrei che voi raccoglieste le mie cose e le teneste, avete condiviso
con me tanta strada, abbiamo parlato a lungo della nostra società, dei nostri
desideri, delle nostre lacune, delle meraviglie che questo Impero ci riserva,
della sua grande forza sociale motrice d’una civiltà grandissima.
Ho sempre operato nel nome di Dio, non ho mai ucciso se non
per necessità, ma credo d’essere stato un buon uomo,
non ho avuto la fortuna d’altri, ma non ho mai desiderato cose impossibili,
avrei voluto una vita serena ed una famiglia, ma così non è stato.
Perdonatemi tutti.”
“Figliolo, tu ora hai una grande
famiglia, quella di Dio che ti circonderà sempre per l’Eternità, non hai
peccato più d’altri, sei stato un brav’uomo e Dio lo
sa.”
“Amico mio, porterò sempre con me le tue cose che mi saranno
care e narrerò in tutti i viaggi che spero di fare di un uomo solitario,
giusto, leale, che aiutava chi affrontava la strada lunga e perigliosa per
pochi denari ma con tanto amore”
L’avventuriero muore felice dopo che il monaco l’assolve dai
peccati e lo benedice.
Una scarna croce indicherà la sua
futura dimora.
“Sai figliolo, nel deserto egiziano ha vissuto per sessant’anni uno dei nostri padri spirituali ed anacoreta
Macario all’incirca 150/200 anni fa, egli durante questi lunghi anni scrisse sembra parecchio, apoftegmi, lettere, preghiere
e omelie anche se non vi sono conferme rispetto all’ufficialità.
Egli vagò per l’alto Egitto dunque senza una meta fissa, e
soprattutto dotato solo della sua sacca e della penna con cui scrisse
indubbiamente messaggi di stampo messalianico che poi
furono ovviamente purgati durante il Concilio di Efeso
nel 431.
La sua spiritualità monastica è di primaria importanza
proprio in rapporto al discorso fatto in un post
precedente e relativo all’ascetismo cristiano.”
“Padre da quello che voi avete dette
sempre ed anche in precedenza mi sembra che abbiate una particolare
predilezione per questo spirito di vita, insomma mi sembra che voi vogliate
emulare il modo di vivere di questi grandi anacoreti”
“Hai ragione, ad Alessandria ci saluteremo ed io serberò di
te un grande ricordo, ma il mio destino sarà nel
deserto, a meditare ed a pregare per tutta l’umanità, possa Dio darmi la forza
di tenere fede a questa mia scelta”
Nei territori egiziani esistevano ancora latifondi imponenti
che bloccavano il commercio e l’economia, oltre che monasteri
con estensioni molto ampie, logico quindi che si potesse pensare ad un
sistema sociale basato su una specie di servitù della gleba, anche se non certo
istituzionalizzata.
Giustiniano durante il suo regno cercò attraverso le riforme
amministrative di ripristinare un minimo di condizioni accettabile per quelle
terre cercando di regolare anche l’attività religiosa, ma i prezzi delle
derrate subivano continui aumenti, in verità comuni a tutto l’Impero, e la sua
politica per quanto audace non riuscì a dare frutti se non in minima parte.
D’altro canto era difficile incidere profondamente in una
società che non era mai stata veramente romana, come
ad esempio lo fu il medio-oriente che abbiamo appena
lasciato, e di conseguenza ellenica nel modo di comportarsi, troppe erano le
differenze sostanziali che acuivano i già gravi problemi.
Comunque la riforma amministrativa
portò il formarsi di cinque eparchie seguendo il
modello italiano, che sostituirono gradualmente il potere delle diocesi, ed il
funzionario che sovrintendeva in nome del governo era sia militare che civile
al tempo stesso.
Ovviamente Alessandria, fu dotata d’un comandante o duce
soprannominato augusto e faceva a sé stante nel
sistema amministrativo ma di fatto era la provincia che comandava sulle altre
per importanza e grandezza.
Non dimentichiamo che noi dovremmo parlare di due entità
egiziane piuttosto che una sola: infatti da una parte
abbiamo quella della costa e del Delta del Nilo e dall’altra quella dell’interno.
Quella costiera simile in tutto e per tutto alle regioni che
abbiamo appena lasciato del medio oriente dal punto di
vista delle strutture e dell’economia, quella dell’interno invece che riservano
un contatto diretto e spesso brusco con il deserto che costeggia tutta la parte
occidentale spesso non delimitando in maniera perfetta una linea di
demarcazione e di contrasto come invece si poteva intravedere tra il deserto
arabo e gli altopiani siriani.
Possiamo affermare che la vita della provincia imperiale
bizantina in Egitto si svolgesse praticamente tutta
nel nord e in pratica gravitasse intorno alla città simbolo d’Alessandria,
culla di cultura e di grandi avvenimenti storici nel corso della sua millenaria
storia.
Città che non è certamente più quello
dello splendore dei secoli d’oro dell’Impero Romano, troppe battaglie politiche
interne e religiose ne hanno deteriorato l’assetto e l’urbanistica, anche il
commercio ne risente indubbiamente ma rimane ancora certamente affascinante
soprattutto per chi s’avvicina alle arti, alla letteratura, al diritto ed alla
filosofia oltre che ovviamente alla religione.
Essa è comunque un caso davvero
eccezionale, visto la sua versatilità rispetto al resto del paese rimasto di
fatto costantemente rurale.
Nonostante le vicissitudini e la creazione della scuola di Costantinopoli,
Alessandria conserva del tutto intatte le sue
prerogative che ispirano tesi filosofiche e scientifiche, ancora numerosi sono
gli studenti che accorrono in questo lembo di terra africana, ma soprattutto il
suo porto continua a fa r affluire merci ed a farle ripartire.
E’ ancora un centro di smistamento verso il continente
europeo di cereali e come hanno dimostrato i nostri amici ancora un asse importante per il commercio con l’oriente spinto
proprio dalla strada da e per Antiochia, l’altro
caposaldo che abbiamo conosciuto all’inizio del nostro viaggio.
“Padre, credo sia venuto il momento dei saluti, abbiamo
attraversato quasi tutto l’Impero venendo da oriente,
abbiamo visto cose meravigliose, abbiamo avuto modo di scambiare opinioni su
tutto ciò che lo scibile umano poteva presentarci, credo che ne sia valsa la
pena, io ho imparato molto, e questo mi servirà anche nel futuro, il mio lavoro
non mi consente distrazioni e debbo tornare a Costantinopoli, lo farò
imbarcandomi con la merce che ho comprato qui ad Alessandria, il viaggio sarà
sicuramente più veloce e sicuro, ma state certo che rimpiangerò le notti
passate sulle alture, nel deserto, nelle oasi”
“Dobbiamo ringraziare il Dio perché c’ha
permesso di poter assaporare queste gioie della vita, il nostro lavoro è duro,
essenziale, senza fronzoli, ma costante, e lo possiamo fare perché la
tradizione e la cultura che albeggia nelle nostre menti ci permette di superare
anche momenti difficili.
Sappiamo trarre da ogni circostanza la via d’uscita
migliore.
Non dimentichiamo che la società romano
permette la salita alle cariche più alte anche di gente umile, gente che si fa
strada appunto attraverso tutti i gradini sociali, e ciò obbliga di conoscere a
fondo la società in cui viviamo.
Tu lo sai, caro mercante che coloro che
umilmente sono saliti al potere e che ricoprono cariche sono prodighi di
sovvenzioni per dotti e scuola per la gente comune, creando così i presupposti
per un’istruzione media più elevata
Io dedicherò la mia vita da oggi a servire Iddio da solo nel
silenzio dell’immensità del deserto che vedi laggiù all’orizzonte, dove tra
pietre e sabbia rovente avrò modo d’incontrarlo e di
continuare con Lui i discorsi che abbiamo iniziato tra noi durante il viaggio”
Finisce qui il nostro piccolo viaggio attraverso un mondo, quello mediorientale romana che pulsava indubbiamente molto
in quel VI secolo, nonostante carestie, guerre di riconquista e pestilenze che
avrebbero messo a dura prova anche territorio più fertili e meno aridi.
Abbiamo voluto rappresentare quattro tipologie diverse di
personalità comuni sulle strade di comunicazione, ne abbiamo
tralasciato altre magari più importanti, ma il nostro preciso dovere è quello
di focalizzare la nostra ricerca su chi viveva la realtà quotidiana facendo
parte della società attiva.
La gente si muoveva, si muoveva in continuazione lungo le
direttrici che attraversavano da est ad ovest (o da ovest ad est se preferite) le
regioni che non a torto vengono definite la culla
dell’Umanità.
Che Roma abbia costruito intorno ad
esse un Impero e che le tracce siano ancora oggi visibili e ben presenti sta a
dimostrare che questa grande civiltà abbia influito in maniera inscindibile
sullo scibile umano nonostante (o proprio per questo) la differenza d’etnia e
il modo spesso opposto d’affrontare la vita: ma si sa, la strada unisce,
difficilmente divide, la strada è di per sé la civiltà che avanza, permette a
tutti d’entrare in contatto e d’instaurare rapporti umani che poi sono alla
base dell’evoluzione umana.
Enrico Pantalone
Bibliografia Per la parte archeologica:
Ken Dark
Bizantine
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Tempus
Publishing Ltd, 2001
Per la parte storica:
Geoges
Tate
Justinien,
l’épopée de l’Empire d’Orient
Libraire Athème Fayard, 2004
Ariel Lewis
Limes, la Frontiera Romana nel
Deserto
Giunti Gruppo Editoriale, 1999
Jean-Pierre Leguay
La Rue au
Moyen Age
Edilarge S.A., 1984
Guglielmo Cavallo
L’Uomo Bizantino
Editori Laterza, 1992
Edouard Perroy
Il Medioevo
Sansoni, 1977
Lucine Regnault
Dei Padri del Deserto
Hachette, 1990