Il Lavoro di
Torquemada
di Enrico Pantalone
Entrando nella bellissima città di Avila, con le sue
caratteristiche Mura che circondano la città casigliana, noi non possiamo non
passare per il Monastero Reale di S.
Tommaso, noto nei secoli dell’Inquisizione spagnola, al tempo d’Isabella e Ferdinando,per essere stato
la dimora dove Tomas de Torquemada
studiava i casi da sottoporre all’Inquisizione.
In genere il frate (perché tale era) viveva all’interno di questo monastero in
perfetta armonia, cella scarna dove riposava, uno studiolo decisamente spartano
dove filtrava peraltro poca luce, insomma nulla che facesse intendere contatti
con il “devastante mondo civile”.
Pregava molto e spesso, riceveva le visite importanti come quelle meno
importanti allo stesso modo, cioè facendo accomodare la persona di fronte a lui
su d’una sedia rudimentale; non temeva nessuno ed era sempre rispettato da
tutti, non solo per la paura che incuteva, ma perché chiunque poteva leggere in
lui un’eticità ed uno spirito
molti forti, sebbene spesso spinti all’estremo.
In genere i colloqui non duravano molto; Torquemada era essenziale, evitava
giri di parole e veniva al dunque
immediatamente; questo metteva indubbiamente tra sé ed il visitatore
un invisibile muro difficile da rompere anche perché il frate era solito
osservare lo sguardo di chi gli stava di fronte proprio perché basava molto il
suo approccio sulla sensibilità visiva.
Il caso che gli era sottoposto era studiato per
moltissimo tempo, poteva prendere settimane intere; egli era contrario alla
fretta e spesso interveniva duramente perfino con i reali e con il messo
papale; nel suo lavoro non ammetteva interferenze. Potreste anche sorridere, ma
dal punto di vista del diritto
dava senz’altro più fiducia lui di un normale tribunale.
Veniamo al personaggio e cerchiamo di descriverne
meglio i caratteri psicologici.
Egli aveva sempre presente, nei suoi scopi, l’obbedienza cieca ai canoni della
fede cattolica, logico quindi che nella sua mente non v’erano spazi per “voli
pindarici” filosofici durante l’istruzione di un processo: ogni mezzo per lui
diventava quindi lecito pur di riuscire negli intenti che, si badi bene, non
erano quelli di mandare a morte un giudicato, ma di redimerlo se possibile; alla punizione avrebbe pensato successivamente il potere
secolare.
Questo è un particolare importante, da non dimenticare: la chiesa “non
condannava mai” ufficialmente, era il potere laico che lo faceva; dovere
ecclesiastico era dimostrare che il reo aveva agito contro la morale ed i
canoni cristiani;se confessava e si pentiva, il reo
veniva senz’altro perdonato anche se poi doveva rispondere al tribunale civile,
che nella maggioranza dei casi non andava tanto per il sottile.
Infatti, Torquemada spiegava che il suo dovere era di
riconvertire gli eretici della Spagna (moriscos
ed ebrei per esempio) per esempio, prima attraverso la predicazione e la
preghiera e solamente di fronte ad un rifiuto costante egli si sentiva libero
di passare altra prassi.
In realtà il frate non fece quasi mai nulla contro gli ebrei ed i moriscos.
Egli, infatti, partiva dal presupposto, piuttosto corretto, che chi non
apparteneva ad altra religione non era
perseguibile (lo erano solamente i cristiani), ma
poteva essere espulso dalla
regione, il che- pur grave- era senz’altro meglio che subire un processo
inquisitivo.
Anche qui la meta prefissa normalmente era quella di riportare sulla giusta Via
le persone che in qualche modo avevano contravvenuto alle scelte approvate
dalle leggi
canoniche che potevano annidarsi tra gli agitatori ed i propagandisti
del popolo, i riformatori del cattolicesimo: cioè persone certamente non
gradite al Re ed alla Chiesa, v’era quindi una venatura sociale piuttosto
importante.
S’è detto più sopra delle conversazioni, spesso alterate, del frate con i
sovrani che egli considerava i suoi veri “comandanti”.Il Papa per lui non aveva
lo stesso impatto psicologico che avevano Ferdinando
ed Isabella, infatti divenne ben presto lo strumento del loro potere, la
cacciata di ebrei e moriscos (le due categorie che più incidevano sull’economia
di Castiglia ed Aragona) la dice
lunga su questo “entente” politico-religioso.
Dai sovrani egli ebbe il titolo di Inquisitore Generale di tutta la
Spagna, cosa di cui andava fiero indubbiamente e per prima cosa egli fece una
piccola rivoluzione nel consiglio che sovrintendeva all’Inquisizione.
Infatti, anche dei laici ebbero il loro “scranno” e potevano seguire ed
intervenire nel dibattito: l’atto era senza dubbio innovativo e di fatto
evitate grandemente le pericolose dispute tra il Papa ed il Re; ognuno aveva i
suoi uomini di fiducia nel “Gran Consiglio” anche se poi gli uomini del Re
ebbero quasi sempre l’ultima parola che decideva anche pesantemente.
Torquemada aveva una profonda sfiducia nel Papato, che riteneva un’istituzione
vetusta e superata, piena di boriosi cardinali dediti più alle feste che al
lavoro spirituale: a suo modo era anche lui in netta contrapposizione con la
Chiesa ufficiale, ma poteva permettersi questi atteggiamenti perché protetto
dal Re e dalla Regina.
Anche il concetto relativo all’espiazione per lui era da ritenersi
legato al Creato, a Dio ed alla bellezza della vita: infatti tanto la punizione
era lunga e dolorosa tanto il reo poteva assaporare la bellezza della vita e
del Creato, pure se ciò avrebbe portato alla morte come atto liberatorio ed
alla conquista della Vita Eterna.
Egli si rendeva certamente conto che il mondo esterno lo odiava, o meglio
odiava ciò che lui costruiva, ma non se ne diede mai cruccio ed anzi
sottolineava spesso come l’Inquisizione fosse il primo ente giuridico supremo
che avesse una procedura regolare e scritta.
Infatti, ed anche questo era innovativo, i testimoni
dovevano essere di provata fede cattolica e non dovevano essere nemici
dell’imputato, questo rispetto alla procedura civile era veramente un grosso
passo in avanti.
La procedura sottolineava come l’interrogatorio
dell’imputato dovesse essere redatto da un notaio con l’obbligo di annotare
qualsiasi cosa, pro o contro l’imputato.
Ad ogni interrogatorio dovevano essere presenti al minimo due
testimoni in qualsiasi momento con facoltà di parola e questi testimoni
non dovevano essere nemici dell’imputato o aver avuto dispute con lui.
Anche se veniva provata la colpevolezza (quasi sempre)
v’era un successivo grado di consiglio che prevedeva la partecipazione di
religiosi, avvocati, giureconsulti proprio per decidere la proposta della pena.
Parlando chiaramente: da un processo di Torquemada non sarebbe mai potuto
uscire una persona totalmente immacolata, la Chiesa non avrebbe potuto
permetterselo, così solitamente un “innocente” se la cavava con un viaggio a
Santiago di Compostela o a Gerusalemme.
Torquemada non era uomo da cadere in facili tranelli, per cui
anche le provocazioni spesso usate contro di lui non facevano l’effetto
desiderato, quasi tutte incentrate sul fatto che egli avrebbe utilizzato l’escamotage della cacciata dei
mercanti e possidenti ebrei o moriscos per rimpinguare le esauste casse del Re
e della Regina.
L’atteggiamento che noi abbiamo come raffigurazione collettiva di questo frate
domenicano ci mostra un personaggio tetro e chiuso in sé, forse un po’ sadico,
forse un po’ senza molto senno, tipico cliché
dell’oscurantismo di quell’epoca.
Lungi da me l’idea di spezzare una lancia a suo favore, come Cristiano mi
ripugna che fossero usati sistemi assurdi per imporre
la nostra religione, devo però constatare che dal punto d vista giuridico
questo tipo di processo aveva un approccio molto interessante e dava l’idea
d’un ottima esposizione se parliamo in termini di diritto.
Torquemada era un frate funzionario che sapeva fare il suo lavoro molto
bene e le sue allocuzioni processuali erano certamente dei piccoli capolavori
di diritto civile ed ecclesiastico, egli non era di suo né violento né odiava,
semplicemente era pragmatico e realista, e da questa visione nascevano le sue
“condanne” a noi tramandate in maniera decisamente
errata.
Il
Lavoro è stato già pubblicato sul sito dell’amica Marisa Uberti